Categoria: Human Capital

La valutazione e la gestione del capitale umano è essenziale nello sviluppo delle attività delle nuove imprese e nella conduzione delle organizzazioni, qualsiasi natura esse abbiano.

The Innovation Imperative

2015-12-10
ALBERTO BALESTRERI
"“You can see it everywhere but in the productivity statistics.” Robert Solow’s 1987 quip on the effects of the computer age might apply just as well to innovation: however central it may be to advanced and emerging economies and societies, its impact is not so easy to quantify. Nevertheless, innovation is a key driver of productivity, growth and well-being, and plays an important role in helping address core public policy challenges like health, the environment, food security, education and public sector efficiency. Innovation-led productivity growth will become even more important in the future to address key challenges like ageing populations and climate change." Estratto da: OECD (2015), The Innovation Imperative: Contributing to Productivity, Growth and Well-Being, OECD Publishing, Paris. DOI: http://dx.doi.org/10.1787/9789264239814-en

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Debito pubblico o deficit di conoscenza?

2011-11-27
ALBERTO BALESTRERI
Senza alcuna piaggeria i post di questo blog testimoniano che spesso essi hanno potuto beneficiare delle lucide analisi svolte dal neo Governatore della Banca d'Italia, dott. Ignazio Visco, il quale ha recentemente espresso, nel suo intervento "Investire in conoscenza: giovani e cittadini, formazione e lavoro", alcune fondamentali considerazioni circa il ruolo che la conoscenza ed il capitale umano svolgono nelle società contemporanee. In tempi di crisi finanziaria - che, come tutti ricordano, Marx aveva preconizzato quale principale causa del crollo delle società capitalistiche - può sembrare sterile, o quanto meno eccessivamente intellettuale, dedicare tempo prezioso ad esaminare il ruolo che la conoscenza svolge a favore dello sviluppo economico. I quotidiani riportano analisi terrificanti sulle cause della crisi le quali, però, hanno poco a che fare con l'esame accurato dei fattori strutturali posti a base di essa. Il rischio attuale è che la civilizzazione europea, costituita da persone mediamente sempre più anziane, collassi sotto i continui downgrading dei rating di stati e banche senza poter far piena leva sulla principale risorsa di cui essa dispone, la conoscenza. Per quanto concerne l'Italia, se anzichè il debito sovrano fosse proprio il nostro deficit di conoscenza il problema numero uno? E se anzichè accontentarci di assumere l'Italia quale Paese di ignoranti (il che, in parte, è vero ma non ha impedito la creazione di un'economia vitale ed importante) elevassimo la visione su ciò che può essere fatto, anche in breve tempo, per riconfigurare ed estendere le competenze ed i saperi che si annidano nella difficile morfologia della nostra terra? Più che il debito pubblico, il problema dell'Italia è il suo deficit di conoscenza, e ciò per almeno tre motivi. Primo, la crisi finanziaria è piombata come una meteora su una società che è oggi molto più interconnessa, soprattutto grazie al web, rispetto a quanto lo fosse nelle precedenti crisi. Secondo, sono oggi disponibili molti più strumenti di sviluppo della conoscenza di quanto non sia mai avvenuto nel corso della storia. Terzo, come sosteneva Richard Normann la proprietà dei mezzi di produzione è oggi nelle mani dei lavoratori (giusto per chiudere ogni spiraglio rivoluzionario alla precedente citazione di Marx) dato che in un mondo intriso di tecnologie la conoscenza E' il principale fattore di produzione. Ciò premesso, le accurate Considerazioni Iniziali del Governatore sono da meditare con grande attenzione. Il Paese ha bisogno di autostrade tecnologiche, di maggiori gradi di libertà di azione (concreta, e non filosofica, nel senso in cui la intende un grande conoscitore di essa come il premio Nobel Gao Xingjian) e di responsabili "teaching teachers" capaci di aiutare i giovani, le imprese ed i mercati a dare avvio ad una nuova dimensione dello sviluppo economico. Perchè invece di attendere con inarrestabile lentezza la propria rovina, il Paese non lavora velocemente per creare le opportunità di un nuovo sviluppo economico? Potete accedere all'intervento del dott. Visco, direttamente dal sito della Banca d'Italia, cliccando qui.

Prima direzione di lavoro per il sistema Italia: un nuovo mercato del lavoro

2011-09-08
ALBERTO BALESTRERI

Quali interventi strutturali dovrebbero essere perseguiti per agevolare la crescita delle imprese italiane? Un importante insieme di interventi concerne il mercato del lavoro ed in particolare, secondo quanto espresso dal dott. Visco al Senato (cfr. post precedente), il corretto inquadramento della contrattazione aziendale e territoriale, l’aumento della fluidità del processo di riallocazione del capitale umano, il superamento delle attuale dualità del mercato del lavoro, la riforma del sistema di sicurezza sociale e un più marcato sostegno ai segmenti che hanno maggiore difficoltà di inserimento o di permanenza.

La riconfigurazione del mercato del lavoro richiede il conseguimento di un duplice obiettivo. Il primo riguarda l’aumento delle condizioni di economicità nelle quali possono operare le imprese italiane, elemento non banale in un mercato globale nel quale alcune centinaia di milioni di cinesi lavorano ad un quinto (almeno) del costo medio del personale di una PMI italiana. Il secondo concerne lo sviluppo di nuove forme di protezione sociale data la rigidità assunta, nel corso degli anni, dal nostro sistema pensionistico, e ciò anche al fine di non assistere alla formazione di uno cospicuo gruppo di homeless cinquantenni, in buona misura diplomati e laureati, che vagheranno in attesa di maturare il diritto alla pensione.

Ma esaminiamo le proposte presentate dal dott. Visco in Senato:

1. Rafforzamento della contrattazione aziendale e territoriale e fluidità del processo di riallocazione:

“La valorizzazione della contrattazione aziendale con il consenso delle parti sociali e l’eliminazione di tutte le incertezze applicative sono obiettivi da perseguire. La contrattazione decentrata è in atto in paesi con tradizioni di relazioni sindacali non troppo dissimili dalla nostra. La contrattazione non può tuttavia sostituirsi a un’adeguata disciplina normativa. Le tutele dei rapporti di lavoro e il sostegno alle persone senza un impiego devono essere coerenti tra loro e volti a facilitare i processi di riallocazione dei lavoratori tra imprese e settori, superando l’attuale segmentazione del mercato del lavoro. La fluidità del processo di riallocazione è condizione essenziale per assecondare la trasformazione dell’economia italiana e sospingerne la crescita.” (pag. 17 e 18 della Testimonianza, grassetto nostro). La riallocazione del capitale umano è probabilmente uno dei temi più difficile da disegnare, dati i forti vincoli storici e sociali alla mobilità in Italia;

2. Superamento del dualismo del mercato del lavoro:

“Le riforme realizzate negli ultimi 15 anni hanno facilitato l’accesso al mercato del lavoro in molteplici situazioni particolari, ma ne hanno accresciuto il dualismo. È tempo di procedere a un riesame complessivo dei meccanismi di regolamentazione dei rapporti di lavoro e della coerenza di questi ultimi con il sistema di sicurezza sociale. Sotto il primo profilo, è prioritario riequilibrare la convenienza relativa nell’utilizzo di contratti a termine e contratti a tempo indeterminato, superando i rischi e le incertezze che scoraggiano le imprese a ricorrere a questi ultimi.(pag. 18, grassetto e sottolineato nostro). Riuscire ad incentivare l’assunzione a tempo indeterminato rappresenterebbe un grande passo in avanti per le giovani generazioni e per le stesse imprese, data la maggiore efficienza economica ed operativa assicurata da questa soluzione rispetto ad alcune forme contrattuali oggi vigenti;

3. Riforma del sistema di sicurezza sociale:

Sotto questo profilo il dott. Visco prosegue proponendo due linee di riforma: “Vi si dovrebbe accompagnare una riforma sistematica degli ammortizzatori sociali, volta ad affermare l’universalità della copertura. Un istituto assicurativo contro la disoccupazione, simile all’attuale indennità ordinaria, e uno strumento di sostegno all’occupazione nelle fasi sfavorevoli del ciclo, come l’attuale CIG ordinaria, possono costituire gli elementi della nuova struttura di ammortizzatori. L’accesso a entrambi andrebbe esteso a una platea più ampia, eliminando così segmentazioni inefficienti e inique; il finanziamento dovrebbe riflettere l’intensità dell’utilizzo, limitando gli usi impropri dei singoli strumenti.” (pag. 18, grassetto e sottolineato nostro). Il tema, che abbiamo già toccato nella parte iniziale del nostro post, è fondamentale se non si vuole assistere alla disgregazione del tessuto sociale, esponendo anche il mondo dell’impresa a nuovi e maggiori rischi.

4. Aiuto ai segmenti che hanno maggiore difficoltà di inserimento:

“Per stimolare la partecipazione al mercato del lavoro delle componenti che hanno una maggiore difficoltà di inserimento o di permanenza in condizione di occupazione, soprattutto quella femminile, sono rilevanti anche politiche di contesto, come la fornitura di servizi di cura, e il disegno del sistema fiscale. La riforma dell’imposizione e dell’assistenza dovrà disegnare un sistema che renda quanto più favorevole la partecipazione al mercato del lavoro di tutti, ma in particolare delle donne.

Il sostegno al reddito delle famiglie numerose e maggiormente bisognose e l’incentivo al lavoro possono essere coniugati con schemi di bonus fiscale, di importo decrescente al crescere del reddito familiare equivalente, condizionati alla presenza di un reddito da lavoro regolare in capo a ciascun coniuge, sull’esempio di analoghi schemi adottati negli Stati Uniti (Earned Income Tax Credit, EITC) e nel Regno Unito (Working Tax Credit, WTC).

Parte delle risorse che si dovessero rendere disponibili da un innalzamento dell’età pensionabile delle donne potrebbe essere utilizzata per favorire l’occupazione femminile.” (pag. 18, grassetto nostro).

Come si può osservare sono tutti temi di intervento molto attuali e concreti, che richiedono riflessioni e valutazioni accurate prima di essere implementati ma che, al contempo, possono consentire al nostro sistema produttivo di colmare parte degli svantaggi competitivi che si sono stratificati nel corso degli anni. Il problema, però, non è solo di natura giuridica o fiscale ma, prima di tutto, culturale: gli italiani hanno seriamente desiderio di riprendere a lavorare bene e molto, oppure no? La risposta non è poi così scontata …

Late Arrivers

2011-08-24
ALBERTO BALESTRERI
“I believe in things that are developed through hard work. I always like people who have developed long and hard, especially trough introspection and a lot of dedication. I think what they arrive at is usually a  much deeper and more beautiful thing than the person who seems to have that ability and fluidity from the beginning. I say this because it’s a good message to give to young talents who feel as I used to. You hear musicians playing with great fluidity and complete conception early on, and you don’t have that ability. I didn’t. I had to know what I was doing. And yes, ultimately it turned out that these people weren’t able to carry their thing very far. I found myself being more attracted to artist who have developed through the years and become better and deeper musicians. Miles Davis is an example of somebody that I think was a late arriver, even though he was recorded when he first came on the scene. You can hear how consciously he was soloing and how his knowledge was a very aware thing. He just constantly kept working and contributing to his own craft of writing and playing. And then at one point it all came together and he emerged with maturity, and he became a total artist and influence, making a kind of beauty that has never been heard before or since.” I grassetti sono nostri, ma le parole sono di Bill Evans, il quale le rilasciò a Contemporary Keyboard esattamente trenta anni fa. Oltre a risultare probabilmente ancora più vere in tempi di New Normal, esse tentano di esprimere in sintesi il nucleo della leadership, indipendentemente dal settore nella quale essa emerge e si afferma.    

Leadership di vetro

2011-08-08
ALBERTO BALESTRERI
“A questo punto erano le sette. Ancora una volta si chiese se doveva chiamare Virginia Stillman. Mentre rifletteva, si rese conto di non avere più opinioni. Vedeva le ragioni per fare la telefonata e nel contempo quelle per non farla. Alla fine fu l’etichetta a decidere. Non sarebbe stato educato sparire senza prima averglielo detto. Dopo, invece, sarebbe diventato pienamente accettabile. Finché spieghi alla gente quello che intendi fare, ragionò, va sempre bene. Poi sei libero di agire come vuoi”. Leggendo il breve paper di Werner Erhard e Michael C. Jensen intitolato “The Three Foundations of A Great Life, Great Leadership and A Great Organization” ci è sembrato utile premettere la scelta compiuta da Daniel Quinn nel romanzo “Città di vetro” di Paul Aster, scelta che a noi è parsa pienamente autentica, fondata non su specifici valori o su una particolare morale o convenienza professionale ma, proprio per l'assenza di motivazioni specifiche, fondata su un'unica proposizione positiva, comportamentale. Nessun merito, ma anche nessun senso di colpa, nessun intralcio alla vita altrui. Erhard e Jensen propongono tre “pilastri” per lo sviluppo della leadership e di organizzazioni di successo, tutti e tre “value free”, cioè non legati a specifici sistemi di valori o ad una particolare morale: un nuovo modello di integrità, l’adozione di comportamenti autentici e la dedizione ad uno scopo più ampio rispetto a quello richiesto dal proprio ego. Consigliamo vivamente la lettura del paper, che potete scaricare cliccando qui, perché rappresenta un concreto strumento di autoanalisi per coloro che desiderano sviluppare la propria leadership (che, come sosteneva anche Richard Normann, “… nasce dalla sofferenza”), offrire grandi contributi professionali e partecipare alla costruzione di organizzazioni capaci di generare valore, qualunque sia la loro natura. Probabilmente lo schema proposto da Erhard e Jensen consentirà, tra l’altro, di valutare meglio gli intangibles di cui un'organizzazione dispone e di disegnare in modo diverso il valore implicito di una prestazione professionale. In ogni esso rappresenta un'arma potente per sgonfiare i mille alibi che i politicanti adottano, in ogni organizzazione, per giustificare comportamenti che sono finalizzati solo a manipolare gli altri e - con la partecipazione passiva, inautentica o debole di questi ultimi - a distruggere il valore creato in e da quella organizzazione.