Categoria: PMI

Creare una nuova impresa a partire da una brillante idea tecnologica, definire quali siano i percorsi più appropriati per avviare l’operatività, disegnare modelli di partecipazione alla vita di impresa coerenti con le limitate disponibilità finanziarie tipiche di ogni start-up e, al contempo, avere coscienza del rilevante valore che effettivamente viene creato nel corso del tempo sono gli elementi centrali di un supporto professionale serio e costante alla crescita delle imprese. In questa area del blog trovate materiali, riflessioni e link che possono essere utili per definire, anche in piena autonomia, percorsi di crescita delle vostre start-up.

Fiscal compact vs. fiscal competition

2018-02-06
ALBERTO BALESTRERI

Ridurre le imposte sul reddito delle imprese dal 35% al 21%, consentendo di dedurre gli investimenti dalla base imponibile per ben 5 esercizi, non rappresenta un evento secondario o banale. La rivoluzionaria riforma fiscale dell’Amministrazione Trump, che ha preso avvio lo scorso 1° gennaio 2018, è destinata ad incidere in modo profondo anche sull’economia europea sotto questi principali aspetti:

- probabile maggiore domanda per beni e servizi europei;

- maggiore attrattività fiscale degli USA, con un netto incremento della propensione delle imprese europee ad investire direttamente negli USA;

- ampia revisione delle strategie fiscali delle imprese multinazionali, in particolare di quelle che operano in Paesi europei ad alta intensità di tassazione;

- sviluppo e migrazione delle proprietà intellettuali in USA;

- possibile erosione della base imponibile per alcuni grandi Paesi europei.

La competizione fiscale si è fortemente rafforzata, e dovrebbe essere tenuta accuratamente sotto osservazione. Sarebbe ancor più deleterio, pertanto, rimandare un’ampia riforma della fiscalità come quella ipotizzata dall’introduzione di una Flat Tax, già commentata su questo blog.

Potete trovare una interessante sintesi dei contenuti della riforma fiscale USA nella nota predisposta per BCE da U. Baumann e A.G. Dizoli “The macroeconomic impact of the US tax reform” e nelle ampie analisi del Tax Policy Center disponibili direttamente a questo link.

Fare impresa in Italia?

2018-01-23
ALBERTO BALESTRERI

Il capitolo 2.2 dell'ultimo Bollettino Economico della Banca d'Italia evidenzia, tra l'altro, che le imprese italiane stanno vivendo una fase contraddistinta da alcuni punti di forza - produzione industriale in crescita congiunturale anche nel quarto trimestre del 2017 (ma con valori ancora ampiamente inferiori rispetto a quelli precedenti alla Grande Crisi), indicatori di fiducia ai massimi dal 2007, giudizi sulla situazione economica generale ampiamente positivi, valutazioni sulle condizioni per investire largamente favorevoli, ulteriore riduzione del debito complessivo delle imprese in rapporto al PIL anche grazie all'elevata capacità di autofinanziamento ed al ricorso ad emissioni obbligazionarie, che hanno ridotto la domanda di credito rivolta al sistema bancario - e da taluni punti di debolezza - livelli medi della competitività delle imprese italiane che nel 2017 permane stabile a fronte di miglioramenti di quelli delle imprese tedesche e francesi, lieve riduzione dei livelli di redditività nel terzo trimestre del 2017, capacità di autofinanziamento stabile, così come la spesa per investimenti - che sembrano più il frutto dei benefici delle politiche economiche sinora adottate (investimenti diretti, emissione di obbligazioni) che non una vera e propria modifica strutturale del "fare impresa" in Italia, necessaria per recuperare i livelli di produzione industriale ante Grande Crisi finanziaria.

Per quanto concerne gli investimenti, gli incentivi fiscali (super e iper ammortamento) potrebbero aver indotto l'anticipo al 2017 dei piani di investimento delle imprese, anche se le indagini condotte dalla Banca d'Italia evidenziano la concreta possibilità che pure il 2018 possa risultare un esercizio favorevole per questa fondamentale componente della domanda.

Riguardo alla emissione di obbligazioni, dopo due esercizi contraddistinti da emissioni nette, da parte delle società non finanziarie, aventi segno negativo (-3,8 miliardi nel 2015 e -2,1 miliardi nel 2016) nei primi tre trimestri del 2017 le emissioni nette sono risultate pari a 10,9 miliardi di euro, una cifra significativa che, anche grazie a BCE, denota un mutamento strutturale del modo di fare finanza di impresa.

Cosa manca all'appello di ciò che è necessario per innescare una solida ripresa dell'attività manifatturiera e dei servizi? Può forse sembrare banale, ma la nostra impressione è che siano necessari dosi molto più ampie e diffuse di cultura e profonda innovazione digitale, livelli di produttività decisamente più elevati ed un ecosistema maggiormente focalizzato sul concreto sviluppo delle imprese.

Aliquota fiscale pari al 25 per cento per tutti!

2018-01-17
ALBERTO BALESTRERI

Come noto a tutti, il prof. Nicola Rossi ha pubblicato sul Sole 24 Ore dello scorso 25 giugno 2017 un'articolata proposta tesa ad introdurre nel nostro Paese un diverso regime di tassazione.

In buona sintesi, la proposta del prof. Rossi e dell'Istituto Bruno Leoni può essere così sintetizzata:

"Bisogna trovare il coraggio di cambiare, lasciandosi alle spalle una stagione di politica tributaria la cui cifra è l’assenza di un disegno o, più precisamente, il disinteresse verso un qualsivoglia disegno. All’Istituto Bruno Leoni abbiamo elaborato una proposta di riforma così sintetizzabile:

(i) una sola aliquota – pari al 25% - per tutte le principali imposte del nostro sistema tributario (IRPEF, IRES, IVA, sostitutiva sui redditi da attività finanziarie);

(ii) abolizione dell’IRAP e dell’IMU;

(iii) introduzione di un trasferimento monetario – il “minimo vitale” – differenziato geograficamente, indipendente dalla condizione professionale dei singoli ma non incondizionato e contestuale abolizione della vigente congerie di prestazioni assistenziali o prevalentemente assistenziali;

(iv) ridefinizione delle modalità di finanziamento di alcuni servizi pubblici (ed in particolare della sanità) mantenendo fermo il principio della gratuità del servizio per la gran parte dei cittadini ma imputandone, ai soli cittadini più abbienti, il costo (in termini assicurativi) e garantendo loro contestualmente il diritto di rivolgersi al mercato (opting out). "

A seguito di tale proposta si è sviluppato un interessante ed articolato dibattito cui ospitato dalle pagine del Sole 24 Ore e raccolto in questo dossier.

Ciascun contribuente può verificare (in termini generali) gli impatti dell'introduzione di questa proposta collegandosi all'apposito sito predisposto dall'Istituto Bruno Leoni e per l'appunto denominato 25 per tutti.

E' ben chiaro a tutti che l'introduzione di una tale proposta, come evidenziato dalla lettera al FT del prof. Nicola Rossi dello scorso 12 gennaio 2018, ridurrebbe i privilegi fiscali dei molti che beneficiano di macchinose scappatoie legali per non pagare le imposte e richiederebbe una parrallela revisione della struttura dei costi improduttivi sostenuti dallo Stato, impedendo di fatto l'azione di una fondamentale leva della politica nostrana.

L'introduzione di una radicale riforma fiscale rappresenta pertanto un fondamentale esercizio di giustizia sociale (basta far pagare, sempre e tutto, ai soli ceti medi) e potrebbe riannodare il patto fra cittadini e Stato, rapporto definitivamente entrato in crisi con la riforma delle pensioni ed oggi del tutto sbilanciato a favore di uno Stato contestato dalla maggioranza dei cittadini, con rilevanti impatti politici attesi alle elezioni del prossimo 4 marzo 2018.

The Innovation Imperative

2015-12-10
ALBERTO BALESTRERI
"“You can see it everywhere but in the productivity statistics.” Robert Solow’s 1987 quip on the effects of the computer age might apply just as well to innovation: however central it may be to advanced and emerging economies and societies, its impact is not so easy to quantify. Nevertheless, innovation is a key driver of productivity, growth and well-being, and plays an important role in helping address core public policy challenges like health, the environment, food security, education and public sector efficiency. Innovation-led productivity growth will become even more important in the future to address key challenges like ageing populations and climate change." Estratto da: OECD (2015), The Innovation Imperative: Contributing to Productivity, Growth and Well-Being, OECD Publishing, Paris. DOI: http://dx.doi.org/10.1787/9789264239814-en

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Seconda direzione di lavoro per il sistema Italia: rafforzamento delle PMI

2011-09-11
ALBERTO BALESTRERI
Nella testimonianza del dott. Visco (vedi i due post precedenti) si legge: “La ridotta dimensione delle aziende italiane, unita a una struttura manageriale spesso selezionata esclusivamente all’interno della famiglia proprietaria e a un basso utilizzo di capitale umano, costituisce oggi un fattore di freno allo sviluppo.” (cfr. pag. 17) Che la dimensione aziendale sia un fattore chiave del successo di una impresa in un mondo globalizzato -  anche grazie alle economie di scala e di scopo che possono essere perseguite mediante dotazioni di risorse, di qualsiasi natura, più cospicue - è un fattore che dovrebbe essere attentamente considerato da molte PMI italiane. Per quanto concerne gli aspetti legati strettamente alla governance non è facile, o anche solo opportuno, reperire all’interno della cerchia famigliare (che in taluni casi può estendersi per alcuni gradi) le risorse umane capaci a condurre l’azienda. La governance non è tema connesso al solo passaggio generazionale ed al trasferimento della titolarità del capitale, ma si collega, ben prima del passaggio generazionale, ad una vasta rete di problematiche e valutazioni di opportunità che spaziano dall’effettiva possibilità di formare le giovani leve nell’azienda di famiglia (difficile creare valore se prima non si sono battute da soli le strade del mondo) all’inquinamento dei rapporti di lavoro dovuti a problematiche famigliari che nulla hanno a che vedere con l’azienda ed il suo successo, dalla curvatura che spesso viene acquisita, in senso troppo positivo o troppo negativo, dai comportamenti di alcune figure chiave dell’azienda verso i giovani che entrano alla necessità di comprimere troppo gli equilibri e le relazioni famigliari al fine di assicurare comunque il successo dell’azienda. In questo quadro l’ingresso di nuovi manager in una PMI appare ancora più difficile e può rendere il tutto drammatico e pericoloso se prima non sono state ben definite le deleghe da affidare ai manager e se la cultura famigliare stenta ad accettare un rapporto con loro che dovrebbe qualificarsi molto  anglosassone, fondato cioè sui risultati aziendali e non su eccessiva famigliarità e speranze, da un lato, o su sufficienza ed emarginazione, dall’altro. “Una tassazione del reddito d’impresa volta a promuovere la capitalizzazione e un maggior rigore nel perseguire i fenomeni evasivi possono ridurre gli incentivi a mantenere strutture aziendali piccole, poco trasparenti e basate su rapporti informali. Un maggior ricorso al capitale di rischio rafforzerebbe la solidità patrimoniale delle imprese e permetterebbe di affrontare progetti di investimento più innovativi e potenzialmente più produttivi e remunerativi.” (cfr. pag. 17, grassetto nostro). Il tema sollevato dal dott. Visco dovrebbe essere approfondito, prendendo in considerazione se effettivamente è la sola piccola impresa che, a fronte di una rigorosa applicazione della normativa fiscale, si troverebbe indotta a crescere oppure se sono le imprese già in “fuga dimensionale”, e cioè le medie in crescita, quelle che soffrono maggiormente la elevata pressione della leva fiscale. In ogni caso è necessario definire regole che, superando ad esempio il concetto di neutralità della fusione fra imprese, incentivino fortemente i processi di aggregazione ed alleanza fra imprese, creando altresì formule incentivanti, ad esempio sulle partecipazioni detenute post merge, per agevolare l’exit di quegli imprenditori che desiderano in breve tempo uscire lasciare la propria attività. Con l’avvento di Basilea III è necessario procedere ad un rafforzamento delle dotazioni di capitale delle PMI italiane. I profili finanziari e patrimoniali, per quanto solidi, non rappresentano altro che la condizione necessaria, ma non sufficiente, per dare avvio a progetti di investimento “innovativi e potenzialmente più produttivi e remunerativi”. La dimensione di azienda aiuta anche a fare meglio ricerca, a sviluppare rapporti solidi con centri di conoscenza i quali possono apportare idee, brevetti e risorse. Ma per fare innovazione, che poco ha a che vedere con la creatività iniziale di un imprenditore, servono prima metodo e capitale umano e, solo dopo, soldi. “Imprese più innovative e organizzativamente complesse devono poter contare su elevati livelli di capitale umano. È necessario accrescere i livelli di istruzione della forza lavoro, che sono ancora oggi nettamente inferiori alle media europea, anche tra i più giovani.” (cfr. pag. 17, grassetto nostro). La qualità del capitale umano è uno dei problemi della nostra economia. L’avvento di Internet può attenuare il problema, dato che è possibile acquisire sulla rete dati ed informazioni da fonti qualificate su qualsiasi area di conoscenza. Nonostante ciò, sono poche le PMI italiane che strutturano in modo organico lo sviluppo del capitale umano  che opera in azienda. La formazione in ambito tecnico, amministrativo e fiscale certamente non manca, ma verosimilmente le due qualità citate dal dott. Visco, e cioè la capacità di innovare ed il saper organizzare, quelle che sono meno gettonate. Temi quali la leadership, lo sviluppo di modelli di remunerazione del capitale umano connessi all’innovazione, l’adozione di programmi di corporate venturing, i modelli di gestione dei knowledge workers e lo sviluppo della capacità di organizzare la creazione di valore sono raramente oggetto di riflessione in azienda. Per farsi un’idea di ciò su cui sarebbe necessario investire basta sfogliare quanto ha pubblicato, nel corso degli ultimi tre anni di crisi economica, la Harvard Business Review. È questo insieme di strumenti che manca alle PMI ed alle banche italiane. È ovvio che il tema della valorizzazione del capitale umano ha radici lontane. Come rilevato dal dott. Visco: “La scuola e l’università devono trovare adeguato finanziamento, ma sono da potenziare gli strumenti di valutazione e i meccanismi incentivanti lungo linee in parte già delineate. È necessario prevedere interventi mirati sulle scuole e aree in ritardo e la revisione del sistema di selezione, allocazione e valorizzazione degli insegnanti. L’università e il sistema della ricerca sono chiamati a colmare con urgenza il ritardo accumulato nel confronto internazionale. La piena e rigorosa attuazione dei meccanismi di incentivazione basati sulla valutazione previsti dalla recente riforma dell’università costituisce un passo importante in questa direzione.” (cfr. pag. 17, grassetto nostro). Il tema non compete alle imprese, ovvio, ma preme sottolineare due fattori desunti dall’esperienza professionale. Il primo concerne la qualità della ricerca svolta nelle nostre Università, che dovrebbe essere indirizzata concretamente a soddisfare alcune esigenze specifiche delle imprese. Forse questo avviene già, ma raramente il rapporto tra Università ed imprese è davvero produttivo. Per non parlare, poi, delle ridotte capacità imprenditoriali di molte start-up che nascono grazie ad iniziative accademiche …. Il secondo aspetto concerne il ruolo che le aziende dovrebbero avere nella scuola e nelle Università, le grandi imprese finanziando la ricerca, le medie e le piccole presentando specifiche esigenze connesse al proprio sviluppo. Le imprese debbono impegnarsi nel sostegno del mondo dell’istruzione, come del resto già avviene in altri paesi, Germania in primis. Scuola, università ed impresa hanno logiche diverse, e tali devono permanere, ma è necessario che questi due mondi colloquino su basi nuove e con minori vincoli di ingresso, formali e sostanziali, nei rispettivi ambiti di operatività.