Jan 14 2012

Perchè criticare Standard & Poors?

Alberto Balestreri

Lo scorso 13 gennaio S&P ha ridotto di 2 punti (notches) i rating a lungo termine di Cipro, Italia, Portogallo e Spagna, di 1 punto quelli di Austria, Francia, Malta e Slovacchia e Slovenia ed ha mantenuto inalterati i rating a lungo termine di Belgio, Estonia, Finlandia, Germania, Irlanda, Lussemburgo ed Olanda.

Inoltre gli outlook per i rating a lungo termine di tutti questi paesi, eccetto la Germania, sono diventati negativi, evidenziando che vi è (come minimo) una probabilità su tre che nel corso del prossimo biennio essi siano ulteriormente rivisti al ribasso.

Le motivazioni sono state così sintetizzate da S&P (grassetto nostro, ma cliccate qui per l’elenco completo delle loro osservazioni):

“Today’s rating actions are primarily driven by our assessment that the policy initiatives that have been taken by European policymakers in recent weeks may be insufficient to fully address ongoing systemic stresses in the eurozone. In our view, these stresses include:

(1) tightening credit conditions;

(2) an increase in risk premiums for a widening group of eurozone issuers;

(3) a simultaneous attempt to delever by governments and households;

(4) weakening economic growth prospects, and

(5) an open and prolonged dispute among European policymakers over the proper approach to address challenges.”

Tutto verissimo. Perchè anzichè lamentarsi, non cogliere con coraggio la sfida?


Dec 3 2011

Internal audit e banche

Alberto Balestreri

Il Comitato di Basilea ha (finalmente) pubblicato “The internal audit function in banks”, documento in consultazione sino alla fine di marz0 2012, che rivede in modo sostanziale il precedente “Internal audit in banks and the supervisor’s relationship with auditors” emanato nell’ormai lontanissimo agosto 2001. Potete scaricare il primo documento, direttamente dal sito della BIS, cliccando qui.

“The internal audit function in banks” si innesta direttamente nei principi di governance bancaria rivisti dal medesimo Comitato lo scorso anno (si vedano i “Principles for enhancing corporate governance” dell’ottobre 2010, ai quali potete accedere cliccando qui), nei quali veniva, tra l’altro, richiesto alle banche di avere ” …. an internal audit function with sufficient authority, stature, independence, resources and access to the board of directors. Independent, competent and qualified internal auditors are vital to sound corporate governance.”

La lettura del documento certamente aiuterà amministratori e sindaci di banche ed intermediari finanziari a comprendere meglio quali saranno gli orientamenti della Vigilanza sul tema. Sarà inoltre interessante verificare, ma lo potremo fare solamente nel corso della prossima primavera, quali osservazioni e critiche la comunità finanziaria proporrà al Comitato di Basilea, semprechè la pubblicazione di tali osservazioni venga autorizzata, al fine di comprendere in quali parti “The internal audit function in banks” risulti compilato in modo non sufficientemente chiaro o, au contraire, in modo troppo estensivo e pervasivo.


Nov 13 2011

Denaro e Bellezza

Alberto Balestreri

Denaro e Bellezza. I banchieri, Botticelli e il rogo delle vanità è una mostra molto interessante che si tiene nel meraviglioso Palazzo Strozzi di Firenze e che racconta la storia dell’invenzione del sistema bancario moderno e del progresso economico cui ha dato origine, ricostruendo la vita l’economia europea dal Medioevo al Rinascimento.

Come recita il sito di presentazione della mostra “I visitatori possono entrare nella vita delle famiglie che ebbero il controllo del sistema bancario, cogliendo anche il persistente conflitto tra valori spirituali ed economici. Il mito del mecenate è strettamente legato a quello dei banchieri che finanziarono le imprese delle case regnanti, ed è proprio quella convergenza che favorì l’operare di alcuni dei più importanti artisti di tutti i tempi. Un viaggio alla radice del potere fiorentino in Europa, ma anche un’analisi di quei meccanismi economici che – mezzo millennio prima degli attuali mezzi di comunicazione – permisero ai fiorentini di dominare il mondo degli scambi commerciali e, di conseguenza, di finanziare il Rinascimento. La mostra analizza i sistemi con cui i banchieri crearono immensi patrimoni, illustra la gestione dei rapporti internazionali e chiarisce anche la nascita del mecenatismo moderno che ha origine spesso come gesto penitenziale per trasformarsi poi in strumento di potere.”

Per coloro che sono interessati ai profili tecnici la mostra evidenza, a nostro parere, molto di più alla luce della crisi finanziaria nella quale siamo immersi. A mero titolo di esempio allora in Italia, come oggi nella finanza islamica, il computo degli interessi era proibito. L’arte ed il lusso rappresentavano uno strumento importante per affermare lo status symbol, ma anche per tentare di espiare il peccato di usura. E l’umanesimo certamente servì a riscoprire un glorioso passato, ma anche a sfuggire le ristrettezza culturali imposte dalla Chiesa di allora ed a recuperare una dimensione della vita ampia e densa di protagonismo.

E se anzichè introdurre una Tobin Tax sulle transazioni finanziarie proponessimo una ben più consistente Art Tax da dedicare alla conservazione ed allo sviluppo del patrimonio artistico del mondo (e, probabilmente, ad un primo tentativo di espiazione delle stronzate che banchieri e ministri delle finanze hanno compiuto nel corso degli ultimi anni)?

Consigliamo una visita alla mostra, almeno virtuale, cliccando qui.


Nov 5 2011

Cultura, politica ed economia

Alberto Balestreri

La religione è davvero l’oppio dei popoli, come sosteneva Karl Marx, oppure è un fattore capace di fornire un autonomo impulso allo sviluppo dell’economia e della politica, come sosteneva Max Weber?

Una domanda posta in questi termini certamente semplifica ciò che la storia e l’antropologia hanno da insegnarci, ma è interessante rilevare che due economisti della Banca Centrale Europea – Christoph Basten e Frank Betz – hanno recentemente pubblicato un paper – denominato “Marx vs. Weber – Does Religion Affect Politics and the Economy” – che offre interessanti spunti di riflessione.

Immaginiamo la Svizzera del XVI° secolo, ripensiamo a Zwingli ed a Calvino, e quindi al protestantesimo riformato e non al luteranesimo, concentriamoci sui cantoni Vaud e Friburgo e cerchiamo di comprendere come la cultura ha influenzato, nel corso dei secoli, la conformazione che in questi cantoni hanno assunto l’etica del lavoro, la frugalità, le preferenze politiche e il livello del reddito.

 “Our empirical results suggest that ceteris paribus in a Reformed Protestant electorate support for increasing leisure time will be about 13 percentage points lower than in a Catholic electorate, and that support for government intervention will be about 11 percentage points lower. These results are robust to varying our methodology along all relevant dimensions. Support for redistribution is also lower in Protestant municipalities, but the significance of the results depends on the specification. We do not find an equally robust effect on average income, but we do find the Protestant municipalities to exhibit clearly higher income inequality.”

Potete scaricare il paper direttamente dal sito della BCE cliccando qui.


Jul 6 2011

Quale sistema finanziario per il 21° secolo?

Alberto Balestreri

La crisi finanziaria ha evidenziato in modo molto chiaro quali fossero i limiti impliciti nei sistemi finanziari, ma sinora sono stati rari i tentativi di esaminare, senza senso di urgenza e con una piena apertura verso il futuro, quali debbano essere gli obiettivi di base di sistemi finanziari efficienti.

Sir Andrew Duncan Crockett – che è stato direttore generale della Banca dei Regolamenti Internazionali ed è attualmente Special Advisor del Presidente di JP Morgan Chase – ha tenuto quest’anno la Per Jacobsson Lecture di Basilea intitolandola “What financial system for the 21st century?” nel corso della quale ha esaminato, secondo noi con grande efficacia e semplicità, quali sono i principali obiettivi che dovrebbero perseguire sistemi finanziari efficienti. Il passaggio di prospettiva che Sir Crockett propone è molto forte: dalla critica di ciò che non ha funzionato sinora alla definizione di ciò che un sistema finanziario dovrebbe saper far bene per poter concretamente aggiungere valore all’economia reale.

Potete scaricare la Lecture di Sir Crockett direttamente dal sito della BRI cliccando qui, ma in estrema sintesi, un intermediario finanziario, che rappresenta un componente del sistema nervoso centrale di una economia di mercato, dovrebbe essere gestito, in modo molto semplice, per conseguire i seguenti obiettivi:

-          proteggere e aumentare incessantemente la capacità di produrre dati ed informazioni di elevata qualità, fondamentali sia per il miglior funzionamento dei mercati che per assicurare, in generale, la migliore allocazione delle risorse disponibili;

-          tradurre la produzione di flussi addizionali di informazioni di elevata qualità in ricavi che eccedano i costi necessari per produrle, assicurando il mantenimento dell’equilibrio economico ed aumentando la propria reputazione sul mercato;

-          aumentare gli incentivi interni posti a difesa del proprio franchise value (brand) tramite un’eccellente gestione del processo di allocazione del credito, un intelligente utilizzo degli strumenti di mitigazione e riduzione dei rischi finanziari, il possesso di adeguati processi di risk management e di controllo interno ed una cospicua dotazione di capitale.

Tutto qui.

Per quanto concerne le riforme in atto, se si desidera che esse siano robuste è necessario che esse risolvano alla base i fallimenti di mercato ai quali abbiamo assistito, risolvendo i problemi connessi a incentivi perversi, asimmetrie informative e conflitti di interessi, i quali hanno di fatto distrutto intermediari e sistemi finanziari. Per conseguire tutto ciò è del tutto irrealistico immaginare che possano bastare il solo rafforzamento patrimoniale e una stretta vigilanza delle entità che costituiscono lo shadow banking.


Jun 25 2011

Popolari Green

Alberto Balestreri

Come dovranno essere gestite le banche popolari nel prossimo decennio? L’audizione della dott.ssa Anna Maria Tarantola, Vice Direttore Generale della Banca d’Italia, tenutasi recentemente presso la Commissione Finanze e Tesoro del Senato, contiene alcune riflessioni utili per iniziare a sviluppare questo tema.

In termini strettamente gestionali ci si attende che le banche popolari prestino molta attenzione al recupero di efficienza ed alla riduzione dei costi operativi, alla difesa del buon posizionamento che esse già possiedono in termini di rischio di credito e allo sviluppo di maggiori livelli di patrimonializzazione, dato l’imminente avvio di Basilea III.

L’audizione contiene numerosi apprezzamenti all’opera di supporto all’economia svolta dalle banche popolari nel corso della grande crisi finanziaria. Cionondimeno rimangono sostanzialmente irrisolti alcuni temi importanti sui quali, presumibilmente presto, si esprimerà anche il legislatore. In termini generali essi possono essere così sintetizzati:

a) le banche popolari, come tutte le banche, dovranno adeguarsi al nuovo contesto venutosi a creare dopo la crisi finanziaria del 2008, con tutto ciò che ciò comporta dal punto di vista della vigilanza;

b) le banche popolari quotate dovranno riuscire a tradurre la forma cooperativa in un vantaggio competitivo nel rapporto con i soci e con i mercati, anch’essi interessati da profonde modifiche comportamentali e normative.

Non entriamo nel merito delle proposte che la Banca d’Italia ha accuratamente proposto al Senato – e che potete valutare scaricando il testo dell’audizione della dott.ssa Tarantola direttamente dal sito della Banca d’Italia cliccando qui – ma proviamo a svolgere un primo elementare esercizio che simuli quali comportamenti dovrebbero assumere le banche popolari quotate se tali proposte venissero integralmente adottate nel nostro ordinamento:

1. incentivare con ogni mezzo la partecipazione dei soci alla vita della banca al fine di acquisire costante supporto all’azione della banca (finanziario e non) e di condividere la valutazione dell’operato del management. Come rilevato nel corso dell’audizione, uno dei vantaggi competitivi delle banche popolari non quotate e/o di contenute dimensioni risiede proprio nel fatto che le attività svolta sono “… prevalenti verso i soci-clienti, fortemente radicate sul territorio, per le quali è significativo il controllo svolto dalla collettività”;

2. assicurare e gestire il ruolo degli investitori istituzionali in una ottica di medio-lungo periodo, e ciò al fine di assicurare una progressiva crescita delle quotazioni del titolo ed una costante attenzione alla remunerazione del capitale, sfuggendo a quelle logiche di gestione troppo famigliari che, anche ove condotte con onestà e trasparenza, tendono comunque a ridurre la pressione sulla correttezza dei comportamenti;

3. dimostrare al mercato livelli di accountability e trasparenza (nel senso introdotto da Basilea 2) più elevati rispetto a quelli delle altre categorie di banche, e ciò al fine di conseguire livelli di responsabilità del management più elevati data la mutualità (non prevalente) implicita nella forma sociale. In buona sintesi, le banche popolari dovrebbero poter dimostrare di avere un management più etico rispetto a quello di altre classi di intermediari finanziari.

L’impegno richiesto agli organi sociali ed i rischi impliciti in questa visione del futuro delle banche popolari sono certamente elevati, ma quale futuro alternativo possiamo immaginare per una popolare se non una noiosa trasformazione in una conservativa S.p.A.? In un mondo che sarà sempre più green possibile dover ancora ricorrere a tipici veicoli industriali quali sono le S.p.A.?