Sep 11 2011

Seconda direzione di lavoro per il sistema Italia: rafforzamento delle PMI

Alberto Balestreri

Nella testimonianza del dott. Visco (vedi i due post precedenti) si legge:

“La ridotta dimensione delle aziende italiane, unita a una struttura manageriale spesso selezionata esclusivamente all’interno della famiglia proprietaria e a un basso utilizzo di capitale umano, costituisce oggi un fattore di freno allo sviluppo.” (cfr. pag. 17)

Che la dimensione aziendale sia un fattore chiave del successo di una impresa in un mondo globalizzato –  anche grazie alle economie di scala e di scopo che possono essere perseguite mediante dotazioni di risorse, di qualsiasi natura, più cospicue – è un fattore che dovrebbe essere attentamente considerato da molte PMI italiane.

Per quanto concerne gli aspetti legati strettamente alla governance non è facile, o anche solo opportuno, reperire all’interno della cerchia famigliare (che in taluni casi può estendersi per alcuni gradi) le risorse umane capaci a condurre l’azienda. La governance non è tema connesso al solo passaggio generazionale ed al trasferimento della titolarità del capitale, ma si collega, ben prima del passaggio generazionale, ad una vasta rete di problematiche e valutazioni di opportunità che spaziano dall’effettiva possibilità di formare le giovani leve nell’azienda di famiglia (difficile creare valore se prima non si sono battute da soli le strade del mondo) all’inquinamento dei rapporti di lavoro dovuti a problematiche famigliari che nulla hanno a che vedere con l’azienda ed il suo successo, dalla curvatura che spesso viene acquisita, in senso troppo positivo o troppo negativo, dai comportamenti di alcune figure chiave dell’azienda verso i giovani che entrano alla necessità di comprimere troppo gli equilibri e le relazioni famigliari al fine di assicurare comunque il successo dell’azienda.

In questo quadro l’ingresso di nuovi manager in una PMI appare ancora più difficile e può rendere il tutto drammatico e pericoloso se prima non sono state ben definite le deleghe da affidare ai manager e se la cultura famigliare stenta ad accettare un rapporto con loro che dovrebbe qualificarsi molto  anglosassone, fondato cioè sui risultati aziendali e non su eccessiva famigliarità e speranze, da un lato, o su sufficienza ed emarginazione, dall’altro.

“Una tassazione del reddito d’impresa volta a promuovere la capitalizzazione e un maggior rigore nel perseguire i fenomeni evasivi possono ridurre gli incentivi a mantenere strutture aziendali piccole, poco trasparenti e basate su rapporti informali. Un maggior ricorso al capitale di rischio rafforzerebbe la solidità patrimoniale delle imprese e permetterebbe di affrontare progetti di investimento più innovativi e potenzialmente più produttivi e remunerativi.” (cfr. pag. 17, grassetto nostro).

Il tema sollevato dal dott. Visco dovrebbe essere approfondito, prendendo in considerazione se effettivamente è la sola piccola impresa che, a fronte di una rigorosa applicazione della normativa fiscale, si troverebbe indotta a crescere oppure se sono le imprese già in “fuga dimensionale”, e cioè le medie in crescita, quelle che soffrono maggiormente la elevata pressione della leva fiscale. In ogni caso è necessario definire regole che, superando ad esempio il concetto di neutralità della fusione fra imprese, incentivino fortemente i processi di aggregazione ed alleanza fra imprese, creando altresì formule incentivanti, ad esempio sulle partecipazioni detenute post merge, per agevolare l’exit di quegli imprenditori che desiderano in breve tempo uscire lasciare la propria attività.

Con l’avvento di Basilea III è necessario procedere ad un rafforzamento delle dotazioni di capitale delle PMI italiane. I profili finanziari e patrimoniali, per quanto solidi, non rappresentano altro che la condizione necessaria, ma non sufficiente, per dare avvio a progetti di investimento “innovativi e potenzialmente più produttivi e remunerativi”. La dimensione di azienda aiuta anche a fare meglio ricerca, a sviluppare rapporti solidi con centri di conoscenza i quali possono apportare idee, brevetti e risorse. Ma per fare innovazione, che poco ha a che vedere con la creatività iniziale di un imprenditore, servono prima metodo e capitale umano e, solo dopo, soldi.

“Imprese più innovative e organizzativamente complesse devono poter contare su elevati livelli di capitale umano. È necessario accrescere i livelli di istruzione della forza lavoro, che sono ancora oggi nettamente inferiori alle media europea, anche tra i più giovani.” (cfr. pag. 17, grassetto nostro).

La qualità del capitale umano è uno dei problemi della nostra economia. L’avvento di Internet può attenuare il problema, dato che è possibile acquisire sulla rete dati ed informazioni da fonti qualificate su qualsiasi area di conoscenza. Nonostante ciò, sono poche le PMI italiane che strutturano in modo organico lo sviluppo del capitale umano  che opera in azienda. La formazione in ambito tecnico, amministrativo e fiscale certamente non manca, ma verosimilmente le due qualità citate dal dott. Visco, e cioè la capacità di innovare ed il saper organizzare, quelle che sono meno gettonate. Temi quali la leadership, lo sviluppo di modelli di remunerazione del capitale umano connessi all’innovazione, l’adozione di programmi di corporate venturing, i modelli di gestione dei knowledge workers e lo sviluppo della capacità di organizzare la creazione di valore sono raramente oggetto di riflessione in azienda. Per farsi un’idea di ciò su cui sarebbe necessario investire basta sfogliare quanto ha pubblicato, nel corso degli ultimi tre anni di crisi economica, la Harvard Business Review. È questo insieme di strumenti che manca alle PMI ed alle banche italiane.

È ovvio che il tema della valorizzazione del capitale umano ha radici lontane. Come rilevato dal dott. Visco: “La scuola e l’università devono trovare adeguato finanziamento, ma sono da potenziare gli strumenti di valutazione e i meccanismi incentivanti lungo linee in parte già delineate. È necessario prevedere interventi mirati sulle scuole e aree in ritardo e la revisione del sistema di selezione, allocazione e valorizzazione degli insegnanti. L’università e il sistema della ricerca sono chiamati a colmare con urgenza il ritardo accumulato nel confronto internazionale. La piena e rigorosa attuazione dei meccanismi di incentivazione basati sulla valutazione previsti dalla recente riforma dell’università costituisce un passo importante in questa direzione.” (cfr. pag. 17, grassetto nostro).

Il tema non compete alle imprese, ovvio, ma preme sottolineare due fattori desunti dall’esperienza professionale. Il primo concerne la qualità della ricerca svolta nelle nostre Università, che dovrebbe essere indirizzata concretamente a soddisfare alcune esigenze specifiche delle imprese. Forse questo avviene già, ma raramente il rapporto tra Università ed imprese è davvero produttivo. Per non parlare, poi, delle ridotte capacità imprenditoriali di molte start-up che nascono grazie ad iniziative accademiche ….

Il secondo aspetto concerne il ruolo che le aziende dovrebbero avere nella scuola e nelle Università, le grandi imprese finanziando la ricerca, le medie e le piccole presentando specifiche esigenze connesse al proprio sviluppo. Le imprese debbono impegnarsi nel sostegno del mondo dell’istruzione, come del resto già avviene in altri paesi, Germania in primis. Scuola, università ed impresa hanno logiche diverse, e tali devono permanere, ma è necessario che questi due mondi colloquino su basi nuove e con minori vincoli di ingresso, formali e sostanziali, nei rispettivi ambiti di operatività.


Jul 15 2011

Economie informative, Confidi e PMI

Alberto Balestreri

“Nell’arco di due anni, tra il dicembre del 2008 e lo stesso mese del 2010, il numero delle imprese censite dalla Centrale dei rischi garantite da un confidi è salito da circa 25.000 unità, a poco più di 165.000.”

Questo dato incontrovertibile – desunto dall’intervento tenuto lo scorso 12 luglio dal Dott. Giovanni Carosio, Vice Direttore della Banca d’Italia, in Federconfidi – testimonia la grande importanza assunta dai Confidi per le PMI italiane. La mediazione di un Confidi, infatti, migliora sia le condizioni di accesso al credito da parte delle PMI associate – e quindi minori tassi di interesse, migliore capacità di valutazione del merito di credito da parte delle banche, date le rilevanti economie informative di cui dispone il Confidi, il quale arriva anche a facilitare l’iter delle pratiche istruttorie e, quindi, a ridurre i tempi di concessione degli affidamenti – sia la qualità del credito bancario, che può beneficiare della minore rischiosità implicita degli impieghi concessi a PMI garantite da un Confidi.

La rilevante crescita registrata nel corso dell’ultimo biennio ha determinato impatti di rilievo sulle performance dei 742 Confidi esistenti in Italia, che debbono far fronte alle nuove esigenze di patrimonializzazione e organizzazione imposte dal mercato. I processi di concentrazione appaiono quindi necessari, anche alla luce del fatto che i Confidi, peculiarità prevalentemente italiana, hanno contribuito alla erogazione di volumi di prestiti garantiti che già superano i 20 miliardi di euro.

In tempi di crisi, l’intervento dei Confidi è stato determinante ai fini della concessione dei finanziamenti ed appare per ogni PMI una modalità vincente per rapportarsi al mondo bancario.

L’introduzione di Basilea III e la nuova disciplina dei Confidi introdotta dal d.lgs. 13 agosto 2010, n. 141, per la quale sono in via di emanazione i regolamenti attuativi, sono destinati a rafforzare ulteriormente il ruolo svolto dai Confidi nel sistema finanziario italiano.

Potete scaricare l’intervento del dott. Carosio direttamente dal sito della Banca d’Italia cliccando qui.


Jun 28 2011

Come riuscire a far sfuggire una PMI alle restrizioni del credito bancario.

Alberto Balestreri

L’accesso al credito bancario da parte delle PMI è un tema importante per l’Europa dato che in essa il 60% del valore aggiunto creato ed il 70% dell’occupazione di manodopera sono attribuibili alle PMI. La Banca Centrale Europea ha pubblicato, nell’ultimo numero della Financial Stability Review, un’interessante analisi dedicata all’esame di quali siano stati i maggiori ostacoli all’accesso alla finanza incontrati dalle PMI. Le principali osservazioni che emergono possono essere così sintetizzate:

-          dal punto di vista degli investitori la dimensione aziendale rappresenta un fattore importante perché essa influenza la qualità e la quantità di informazioni disponibili sull’impresa, sui suoi progetti di investimento e sulla qualità dei collaterali che essa può offrire;

-          le imprese di più contenute dimensioni sono, in genere, anche quelle più giovani, che non hanno ancora avuto il tempo di formarsi un esteso track-record ed una solida reputazione;

-          la non ammissione a quotazione dei titoli di una PMI su un mercato finanziario (quale, ad esempio, l’AIM) rappresenta un fattore di rischio in più per il sistema bancario, dato che non vengono sviluppati nuovi flussi informativi sull’impresa;

-          oltre al premio per il rischio, si deve tenere presente che le banche sostengono costi significativi per la selezione ed il monitoraggio delle posizioni affidate tanto più elevati quanto minore è la dimensione media della propria clientela e più giovane la sua età.

In termini molto concreti, quali sono le indicazioni che emergono e che possono risultare utili per le PMI italiane? In buona sintesi:

-          avviare progetti di impresa che siano fondati su una credibile pianificazione economico-finanziaria relativa al primo quinquennio di vita, il più rischioso sotto il profilo bancario;

-          indipendentemente dalla dimensione e dalla età dell’impresa, disporre delle competenze e della capacità di produrre dati e informazioni di qualità circa il proprio business che siano utili agli investitori, al fine di ridurre i loro tempi (e costi) di analisi e di valutazione del business della PMI;

-          valutare quanto prima la possibilità di una quotazione e questo non per sfuggire ai vincoli imposti dal sistema bancario ma, al contrario, per poter meglio dialogare meglio con esso;

-          cercare di crescere dimensionalmente il prima possibile, anche mediante fusioni ed acquisizioni (meglio tramite un reverse merge con un’impresa che vanta una lunga storia alle spalle).

Potete scaricare l’articolo “Financing obstacles faced by Euro Area Small and Medium-Sized enterprises during the financial crisis” direttamente dalla pagina riservata alla Financial Stability Review della BCE cliccando qui.

 


Jun 13 2011

Numeri per decidere

Alberto Balestreri

Se viveste in un posto nel quale, nei prossimi 18 mesi, si prevede:

- un livello dell’inflazione in diminuzione, con valori probabilmente inferiori al 2% annuo, grazie al contenimento della dinamica del costo delle materie prime;

- un prezzo del petrolio sostanzialmente stabile nell’intorno dei 100 dollari al barile;

- tassi a breve termine in aumento (ma solo) sino al 2,3% annuo, a fronte di una modesta crescita di quelli a lungo termine, che permangono superiori a quelli a breve e pari al 4,8%;

- un cambio euro-dollaro stabile a 1,43;

- tassi di crescita dell’economia positivi superiori al 2% annuo, ma che potrebbero superare il 3% in qualche trimestre, con una dinamica positiva dei consumi privati, che saranno in leggera accelerazione, e con investimenti il cui saggio di sviluppo, comunque positivo,  potrebbe raggiungere (e superare) il 4% annuo;

- una dinamica degli stipendi reali finalmente in ripresa a partire dal prossimo anno e con margini di profitto per le imprese in crescita quest’anno ed in deciso sviluppo il prossimo ….

… non pensereste che è tornata una solida fase di sviluppo e che la crisi finanziaria è ormai un brutto ricordo?

Bene, questo posto esiste davvero e si chiama Eurolandia. Le previsioni citate sono quelle della autorevolissima Banca Centrale Europea, che potete scaricare direttamente dal loro sito cliccando qui e che trovate sintetizzate nella seguente tavola.

2011 2012
Euribor 3 mesi 1,60% 2,30%
Rendimento titoli di Stato a 10 anni 4,50% 4,80%
Brent ($ al barile) 111,1 108
Non-energy commodities 20,40% 1,20%
EUR/USD 1,42 1,43
GDP non Euro area 4,50% 4,70%
Export Euro area 8,30% 7,90%
Inflazione Euro area 2,5% – 2,7% 1,1% – 2,3%
GDP Euro area 1,5% – 2,3% 0,6% – 2,8%

Jun 11 2011

Commercialisti quali Advisor per la finanza d’impresa

Alberto Balestreri

Come già anticipato (cfr. post del 14 maggio 2011) Assolombarda e la Commissione Banche dell’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Milano hanno dato avvio ad un ciclo di incontri – denominato “Conversazioni tra Imprenditori, Commercialisti e Banche. Linee guida nel rapporto banca-impresa (l’arte del rilancio)” - dedicato ad esaminare le principali problematiche e le tendenze in atto circa i rapporti tra le PMI e le banche.

Il 9 giugno si è tenuto il terzo ed ultimo incontro nel corso del quale, tra l’altro, sono state presentate alcune proposte e considerazioni conclusive da parte di tutti i partecipanti. Relativamente al ruolo professionale svolto ci è parso utile proporre il commercialista quale Advisor per lo sviluppo della finanza d’impresa, senza alcuna interferenza con le scelte dell’imprenditore ma pronto a fornire supporti e consigli su ogni aspetto rilevante della gestione finanziaria della PMI.

Tale ruolo dovrebbe essere assunto dal commercialista mantenendo indipendenza dalle parti ed assicurando il rispetto dei principi di comportamento già statuiti dal nostro Consiglio Nazionale (quali ad esempio quelli di chiarezza, completezza, affidabilità, attendibilità, neutralità,trasparenza e prudenza sanciti per la redazione dei business plan).

Il primo ambito di lavoro sul quale possono lavorare insieme imprenditore e commercialista, e nel quale si possono valutare compiutamente i fabbisogni finanziari della PMI, è infatti la pianificazione del business. Si consideri, ad esempio, che il Consiglio Nazionale ha recentemente emanato otto distinti documenti racchiusi nelle “Linee guida alla redazione del business plan”, la cui lettura evidenzia bene la vastità e l’utilità di un accurato lavoro di pianificazione aziendale. Tali attività sono utili non certo al professionista, ma alla PMI ed alla platea di investitori ai quali essa si rivolge, banche in primis. Senza pianificazione del business, infatti, non è possibile pervenire ad una corretta pianificazione finanziaria ed ad una riduzione del rischio di una PMI che un banchiere le attribuisce e/o percepisce.

Potete scaricare i materiali del ciclo di incontri connettendovi in questa sezione del sito dell’Ordine di Milano (ed i contenuti specifici del mio intervento cliccando qui). Potete inoltre scaricarele Linee guida alla redazione del business plan direttamente dal sito del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Comtabili facendo un clic qui.


May 14 2011

PMI e Basilea 3

Alberto Balestreri

La Commissione Banche dell’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Milano ed Assolombarda hanno dato avvio ad un ciclo di incontri – denominato “Conversazioni tra Imprenditori, Commercialisti e Banche. Linee guida nel rapporto banca-impresa (l’arte del rilancio)” dedicato ad esaminare le principali problematiche e le tendenze in atto circa i rapporti tra le PMI e le banche.

Potete scaricare i materiali preparati dai Colleghi e da me connettendovi in questa sezione del sito dell’Ordine di Milano. In seno a questa iniziativa ho curato l’elaborazione di alcune osservazioni concernenti l’evoluzione del rapporto banca-impresa nella prospettiva di Basilea III (clicca qui per scaricare le slide dal sito dell’Ordine) e alcune considerazioni relative alla struttura dell’indebitamento delle PMI ed al suo efficientamento (clicca qui per scaricare le note).


Nov 7 2010

Quante PMI chiuderanno il 2010 in utile?

Alberto Balestreri

La Banca d’Italia conduce, con cadenza annuale, un Sondaggio congiunturale presso un vasto insieme di imprese italiane che impiegano almeno 20 addetti. I campioni sono, in buona sintesi, tre: il primo è costituito da circa tremila imprese appartenenti all’industria in senso stretto, il secondo si compone di quasi milleduecento imprese operanti nel comparto dei servizi privati non finanziari ed il terzo è costituito da circa cinquencento imprese del settore costruzioni.

L’indagine, che potete scaricare direttamente dal sito della Banca d’Italia cliccando qui, permette di valutare una molteplicità di elementi utili per comprendere l’esercizio in corso e le prospettive per il 2011. Le PMI italiane sono chiuse in un tunnel che non lascia possibilità di scampo?  La lettura attenta dei dati evidenzia un pluralità di segnali positivi, che testimoniano la vitalità del tessuto produttivo italiano e sui quali sarebbe assai utile sviluppare riflessioni controintuitive.

Volendoci concentrare sul tema centrale del bilancio di ogni PMI, e cioè sulla capacità che essa ha di produrre utili, abbiamo rielaborato i dati contenuti nel “Sondaggio congiunturale sulle imprese industriali e dei servizi” relativamente ad una sola variabile, e cioè la quota percentuale delle PMI che prevede di chiudere l’esercizio 2010 in utile:

Imprese che chiuderanno in utile l’esercizio 2010 Imprese industriali Imprese dei servizi non finanziari Imprese di costruzione
Totale imprese 59,3% 52,2% 53,9%
Classi di addetti
20-49 59,1% 49,2% 51,5%
50-199 59,0% 58,0% 63,4%
200-499 63,0% 60,3% 79,9%
500 e oltre 65,3% 68,0% 75,5%
Settore
Tessile 55,0%
Chimico 71,2%
Metalmeccanico 61,2%
Altre manifatture 53,6%
Energia, estrattive 72,8%
Commercio 63,4%
Alberghi e ristorazione 21,6%
Trasporti e comunicazione 54,7%
Altri servizi 49,8%
Area
Nord 60,4% 54,7% 46,3%
Centro 58,1% 51,2% 54,9%
Sud e Isole 55,6% 46,6% 66,3%

Tralasciamo ogni commento su alcune evidenze eclatanti, ma siamo proprio certi che in Italia vada tutto male?


Jan 14 2008

Il latte dell’innovazione …

Alberto Balestreri

Ricevo e volentieri pubblico un articolo scritto da un mio studente di Forlì, Cristian Mazzoni (clicca qui per vedere il suo profilo), già laureatosi:

Business e tecnologia diventano un tandem molto redditizio ma, allo stesso tempo, molto pericoloso. Il business è sempre in continuo movimento e con esso la tecnologia, il nuovo ed il vecchio possono sopravvivere e coesistere insieme, così la nuova tecnologia porta ad un nuovo business che a sua volta porta maggiori fatturati per l’azienda ed un aumento del valore sociale. Ma l’Italia è caratterizzata fondamentalmente da un tessuto “vegetale” nel quale è difficile far cresere e coesistere quello “neurale e digitale” della rete. Fondamentalmente il problema risiede nel modo di pensare dell’azienda, in quanto le imprese leader di un particolare mercato sono molto brave nel perfezionare la tecnologia che definisce il loro business, ottenendo prodotti sempre migliori e mantenendo attuale la loro linea di prodotti. Con questa metodologia, purtroppo, non si sviluppa una nuova tecnologia rivoluzionaria che sappia innovare quel determinato settore. La cecità risiede nell’essere avversi al rischio e nell’ignorare la formazioni di nuovi mercati, data  l’incertezza economica degli stessi. Ormai si è abituati nel trarre benefici da un terreno prospero e ben conosciuto ma che, prima o poi, sarà destinato ad inaridirsi.

Un esempio di questo mix è qui sotto casa, e mi riferisco ai distributori di latte crudo. Finalmente le piccole aziende produttrici di latte, dopo anni di protesta, hanno pensato di sviluppare meglio il loro business, accostando alla confezione presente negli scaffali del supermercato il latte crudo del distributore self-service, con un risparmio per il consumatore e un guadagno per il produttore. L’incontro e lo sviluppo fra tecnologia e business potrebbe realizzarsi consentendo, magari fra alcuni anni, di ordinare il latte tramite la rete, chiedendo la fornitura direttamente alle varie aziende agricole o agriturismi, consento di sceglierli e di farci recapitare il latte direttamente a casa …… L’esplorazione continua su quell’universo sintetico che oggi chiamiamo Second Life. Concludo con questa citazione di David Isenberg …

…il latte dell’innovazione dirompente non è munto dalle vacche del denaro.”

Complimenti, Cristian, per esserti appena laureato l’approccio è aggressivo e pragmatico. Non mi pari destinato ad una tiepida carriera amministrativa ……


Jan 12 2008

XBRL e comunicazione finanziaria

Alberto Balestreri

Il 21 ed il 22 gennaio 2008 si terrà a Roma, presso l’Associazione Bancaria Italiana, un convegno organizzato da XBRL Italia (per scaricare il programma cliccate qui, mentre per reperire la scheda di iscrizione cliccate qui).

XBRL, che significa Extensible Business-Reporting Language, è uno standard della famiglia XML che consente, in modo semplice e veloce, di comparare rilevanti moli di dati direttamente sul Web e/o sul PC. Come è facile intuire, XBRL aumenta in modo esponenziale le risorse messe a disposizione degli analisti e degli investitori, nel senso che con esso sarà molto più facile e veloce effettuare comparazioni su dati che sono generalmente disponibili solamente in documenti di rlevanti dimensioni (tipicamente bilanci) appartenenti ad un solo emittente quotato. La presenza di specifiche tassonomie assicura, infatti, che i dati siano resi omogenei alla fonte e semplici applicativi consentono di comparare gli stessi dati relativi ad una molteplicità di emittenti. La SEC statunitense, ad esempio, ha già investito su XBRL molte risorse ed una specifica sezione del proprio sito, denominata Interactive Data Viewer (clicca qui).

Ovviamente le critiche non mancano. Un articolo recentemente comparso su CFO.com a firma di Alan Rappeport (se vuoi leggerlo clicca qui), ne riporta alcune che sono recentemente comparse anche sul Financial Times. Oltre ad esse, però, bisogna considerare che XBRL potrebbe minacciare i servizi (ed i ricavi) di alcuni grossi fornitori di dati, e non solo. Il mercato degli investitori retail è grande e promettente e la battaglia è aperta ed non interessa solamente coloro che si occupano di trasparenza e comunicazione finanziaria ……


Jan 5 2008

Criteri di valutazione delle start-up: Yossi Vardi

Alberto Balestreri

Yossi Vardi è conosciuto come un guru delle start-up. Lavora in Israele e per circa 40 anni ha aiutato a fondare oltre 60 nuove imprese in settori quali software, Internet, telecomunicazioni ed energia.

In qusta breve intervista concessa a BusinessWeek.com Vardi presenta il suo approccio alla valutazione delle start-up e degli imprenditori. Poche, semplici parole e metodi molto efficaci per selezionare idee e, soprattutto, neo-imprenditori.

Potete leggere questa interessante intervista cliccando qui: Vardi su Business Week.


Jan 24 2007

Finanza per le start-up 4

Alberto Balestreri

Nel quarto ed ultimo modulo del seminario dedicato alla finanza di impresa per le start-up, tenuto presso l’Università di Milano Bicocca, vengono esaminati alcuni aspetti utili per pervenire ad una convincente pianificazione finanziaria, predisposta nell’ottica di anticipare alcune delle esigenze mostrate, in generale, dai VC nel corso delle due diligence ed alla definizione di un primo insieme di regole necessarie per inquadrare l’importante tema della gestione dei rischi. La generalizzazione dei temi, e la brevità del seminario, hanno impedito una qualificazione di dettaglio degli specifici contenuti di un piano finanziario o delle attribuzioni proprie di un risk management già operativo. Resta comunque il fatto che una buona pianificazione finanziaria richiede il rispetto di alcune semplici regole di base e, soprattutto, il costante rispetto del denaro che altri possono fornire per dare supporto allo sviluppo della propria impresa. Potete scaricare le slide del seminario cliccando su questo link: Lezione 4


Jan 22 2007

Finanza per le start-up 3

Alberto Balestreri

Nel corso del terzo modulo vengono esaminati i principi di base del capital budgeting, e cioè dei principali metodi di valutazione degli investimenti, e le linee guida poste a base delle scelte di composizione della struttura finanziaria dell’impresa. I due temi sono legati in modo non banale. In particolare, l’adozione di corrette pratiche di capital budgeting, e la valutazione attenta delle opzioni alternative ad utilizzo di equity o debito, possono aiutare a costruire una struttura finanziaria maggiormente aderente alle esigenze finanziarie dell’impresa. Potete scaricare le slide cliccando su questo link: Lezione 3


Jan 19 2007

Finanza per le start-up 2

Alberto Balestreri

Nel corso della seconda lezione tenuta agli studenti di Biotecnologie dell’Università Bicocca sono stati toccati due temi centrali della finanza corporate. Il primo concerne le relazioni che esistono tra gli schemi di contabilità generale, normati dal Codice Civile, la struttura dello stato patrimoniale ed i flussi di CCN-MOL e di cassa individuabili dal conto economico. Il secondo riguarda l’inquadramento generale dei criteri di scelta degli strumenti finanziari, le macrotipologie di finanziamento delle imprese industriali e le principali forme tecniche attualmente censite nella Centrale dei Rischi gestita dalla Banca d’Italia. Potete liberamente scaricare le slide cliccando Lezione 2.


Jan 18 2007

Finanza per le start-up 1

Alberto Balestreri

Grazie alla cortesia del prof. Vittorio Chiesa del Politecnico di Milano, anche quest’anno ho avuto il privilegio di tenere una breve serie di seminari agli studenti della Laurea Specialistica in Biotecnologie Industriali presso l’Università di Milano Bicocca, Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali. Il tema del seminario, inusuale per dei biotecnologici, è stato “Il finanziamento delle imprese” ed è stato pensato con il non troppo implicito obiettivo di favorire la creazione di nuove imprese biotech. In questo file Lezione 1 trovate le slide relative alla prima giornata di lezioni, nel corso della quale è stato brevemente toccata un’introduzione knowledge-based ai contenuti ed alle funzioni della finanza corporate e una prima serie di dati relativi a imprese, banche e mercati finanziari nel nostro Paese.


Mar 29 2006

Capacità  cognitive

Alberto Balestreri

Grazie ad un articolo di Matteo Motterlini comparso sull’inserto domenicale del 26 marzo 2007 del Sole 24 Ore abbiamo potuto recuperare su Internet, e leggere con molto con piacere in viaggio, l’articolo di Shane Frederick citato da Motterlini ed intitolato “Cognitive Reflection and Decision Making”, che potete liberamente scaricare al seguente link: http://www.mit.edu/people/shanefre/CRT.pdf. L’autore introduce e spiega un semplice test, costituito da tre domande e denominato Cognitive Reflection Test (CRT), che è possibile utilizzare per comprendere la capacità  di adottare operazioni mentali che richiedano “…sforzo, motivazione, concentrazione e l’esecuzione di regole predefinite.”. Sulla base dei circa quattromila test individuali raccolti dall’Autore sono state sviluppate alcune interessanti considerazioni in merito alle preferenze temporali, alla propensione al rischio ed alle differenze di genere dei rispondenti. Inoltre il CRT è da considerarsi predittivo di alcuni dei principali test utilizzati nelle scuole e nelle università  statunitensi. Ne proponiamo la lettura a tutti coloro che si occupano di gestione dei rischi operativi e di investimenti in capitale umano o in start-up nelle quali il capitale umano assuma un ruolo centrale.