Jan 14 2012

Perchè criticare Standard & Poors?

Alberto Balestreri

Lo scorso 13 gennaio S&P ha ridotto di 2 punti (notches) i rating a lungo termine di Cipro, Italia, Portogallo e Spagna, di 1 punto quelli di Austria, Francia, Malta e Slovacchia e Slovenia ed ha mantenuto inalterati i rating a lungo termine di Belgio, Estonia, Finlandia, Germania, Irlanda, Lussemburgo ed Olanda.

Inoltre gli outlook per i rating a lungo termine di tutti questi paesi, eccetto la Germania, sono diventati negativi, evidenziando che vi è (come minimo) una probabilità su tre che nel corso del prossimo biennio essi siano ulteriormente rivisti al ribasso.

Le motivazioni sono state così sintetizzate da S&P (grassetto nostro, ma cliccate qui per l’elenco completo delle loro osservazioni):

“Today’s rating actions are primarily driven by our assessment that the policy initiatives that have been taken by European policymakers in recent weeks may be insufficient to fully address ongoing systemic stresses in the eurozone. In our view, these stresses include:

(1) tightening credit conditions;

(2) an increase in risk premiums for a widening group of eurozone issuers;

(3) a simultaneous attempt to delever by governments and households;

(4) weakening economic growth prospects, and

(5) an open and prolonged dispute among European policymakers over the proper approach to address challenges.”

Tutto verissimo. Perchè anzichè lamentarsi, non cogliere con coraggio la sfida?


Oct 11 2011

Aspettative

Alberto Balestreri

Quest’anno il premio Nobel per l’economia è stato attribuito a Thomas Sargent, della New York University, ed a Christopher Sims, della Princeton University.

Tralasciamo le motivazioni del premio ed i profili accademici dei due studiosi per rilevare, invece, un componente fondamentale delle teorie da loro sviluppate che crediamo assuma rilevante utilità in un momento difficile quale quello che stiamo attraversando. A tale proposito, il Financial Times di oggi pubblica (pag. 5)  un articolo intitolato  “Macroeconomic researchers win Nobel Prize” nel quale viene tra l’altro riportata la seguente importante osservazione che il prof. Sargent ha offerto sul tema del controllo dell’inflazione:  “He argued that these changes reflected the way individuals in the economy updated their expectations about what economic policymakers were trying to do, rather than by shifts in the policy itselfs. Se si desidera orientare il mercato, non conta quindi solo quello che effettivamente si fa, ma soprattutto ciò che si desidera e si intende fare.

L’articolo prosegue rilevando che “As Prof Sargent himself observed, today’s economic developments such as the eurozone crisis are driven strongly by expectations“. Se questo è vero non è, quindi, solo ciò che in Europa si è fatto ad aver determinato la spaventosa crisi di credibilità dell’eurozona, ma è soprattutto ciò che si sarebbe dovuto cercare di fare e che, invece, non è stato in alcun modo tentato.


Sep 11 2011

Seconda direzione di lavoro per il sistema Italia: rafforzamento delle PMI

Alberto Balestreri

Nella testimonianza del dott. Visco (vedi i due post precedenti) si legge:

“La ridotta dimensione delle aziende italiane, unita a una struttura manageriale spesso selezionata esclusivamente all’interno della famiglia proprietaria e a un basso utilizzo di capitale umano, costituisce oggi un fattore di freno allo sviluppo.” (cfr. pag. 17)

Che la dimensione aziendale sia un fattore chiave del successo di una impresa in un mondo globalizzato –  anche grazie alle economie di scala e di scopo che possono essere perseguite mediante dotazioni di risorse, di qualsiasi natura, più cospicue – è un fattore che dovrebbe essere attentamente considerato da molte PMI italiane.

Per quanto concerne gli aspetti legati strettamente alla governance non è facile, o anche solo opportuno, reperire all’interno della cerchia famigliare (che in taluni casi può estendersi per alcuni gradi) le risorse umane capaci a condurre l’azienda. La governance non è tema connesso al solo passaggio generazionale ed al trasferimento della titolarità del capitale, ma si collega, ben prima del passaggio generazionale, ad una vasta rete di problematiche e valutazioni di opportunità che spaziano dall’effettiva possibilità di formare le giovani leve nell’azienda di famiglia (difficile creare valore se prima non si sono battute da soli le strade del mondo) all’inquinamento dei rapporti di lavoro dovuti a problematiche famigliari che nulla hanno a che vedere con l’azienda ed il suo successo, dalla curvatura che spesso viene acquisita, in senso troppo positivo o troppo negativo, dai comportamenti di alcune figure chiave dell’azienda verso i giovani che entrano alla necessità di comprimere troppo gli equilibri e le relazioni famigliari al fine di assicurare comunque il successo dell’azienda.

In questo quadro l’ingresso di nuovi manager in una PMI appare ancora più difficile e può rendere il tutto drammatico e pericoloso se prima non sono state ben definite le deleghe da affidare ai manager e se la cultura famigliare stenta ad accettare un rapporto con loro che dovrebbe qualificarsi molto  anglosassone, fondato cioè sui risultati aziendali e non su eccessiva famigliarità e speranze, da un lato, o su sufficienza ed emarginazione, dall’altro.

“Una tassazione del reddito d’impresa volta a promuovere la capitalizzazione e un maggior rigore nel perseguire i fenomeni evasivi possono ridurre gli incentivi a mantenere strutture aziendali piccole, poco trasparenti e basate su rapporti informali. Un maggior ricorso al capitale di rischio rafforzerebbe la solidità patrimoniale delle imprese e permetterebbe di affrontare progetti di investimento più innovativi e potenzialmente più produttivi e remunerativi.” (cfr. pag. 17, grassetto nostro).

Il tema sollevato dal dott. Visco dovrebbe essere approfondito, prendendo in considerazione se effettivamente è la sola piccola impresa che, a fronte di una rigorosa applicazione della normativa fiscale, si troverebbe indotta a crescere oppure se sono le imprese già in “fuga dimensionale”, e cioè le medie in crescita, quelle che soffrono maggiormente la elevata pressione della leva fiscale. In ogni caso è necessario definire regole che, superando ad esempio il concetto di neutralità della fusione fra imprese, incentivino fortemente i processi di aggregazione ed alleanza fra imprese, creando altresì formule incentivanti, ad esempio sulle partecipazioni detenute post merge, per agevolare l’exit di quegli imprenditori che desiderano in breve tempo uscire lasciare la propria attività.

Con l’avvento di Basilea III è necessario procedere ad un rafforzamento delle dotazioni di capitale delle PMI italiane. I profili finanziari e patrimoniali, per quanto solidi, non rappresentano altro che la condizione necessaria, ma non sufficiente, per dare avvio a progetti di investimento “innovativi e potenzialmente più produttivi e remunerativi”. La dimensione di azienda aiuta anche a fare meglio ricerca, a sviluppare rapporti solidi con centri di conoscenza i quali possono apportare idee, brevetti e risorse. Ma per fare innovazione, che poco ha a che vedere con la creatività iniziale di un imprenditore, servono prima metodo e capitale umano e, solo dopo, soldi.

“Imprese più innovative e organizzativamente complesse devono poter contare su elevati livelli di capitale umano. È necessario accrescere i livelli di istruzione della forza lavoro, che sono ancora oggi nettamente inferiori alle media europea, anche tra i più giovani.” (cfr. pag. 17, grassetto nostro).

La qualità del capitale umano è uno dei problemi della nostra economia. L’avvento di Internet può attenuare il problema, dato che è possibile acquisire sulla rete dati ed informazioni da fonti qualificate su qualsiasi area di conoscenza. Nonostante ciò, sono poche le PMI italiane che strutturano in modo organico lo sviluppo del capitale umano  che opera in azienda. La formazione in ambito tecnico, amministrativo e fiscale certamente non manca, ma verosimilmente le due qualità citate dal dott. Visco, e cioè la capacità di innovare ed il saper organizzare, quelle che sono meno gettonate. Temi quali la leadership, lo sviluppo di modelli di remunerazione del capitale umano connessi all’innovazione, l’adozione di programmi di corporate venturing, i modelli di gestione dei knowledge workers e lo sviluppo della capacità di organizzare la creazione di valore sono raramente oggetto di riflessione in azienda. Per farsi un’idea di ciò su cui sarebbe necessario investire basta sfogliare quanto ha pubblicato, nel corso degli ultimi tre anni di crisi economica, la Harvard Business Review. È questo insieme di strumenti che manca alle PMI ed alle banche italiane.

È ovvio che il tema della valorizzazione del capitale umano ha radici lontane. Come rilevato dal dott. Visco: “La scuola e l’università devono trovare adeguato finanziamento, ma sono da potenziare gli strumenti di valutazione e i meccanismi incentivanti lungo linee in parte già delineate. È necessario prevedere interventi mirati sulle scuole e aree in ritardo e la revisione del sistema di selezione, allocazione e valorizzazione degli insegnanti. L’università e il sistema della ricerca sono chiamati a colmare con urgenza il ritardo accumulato nel confronto internazionale. La piena e rigorosa attuazione dei meccanismi di incentivazione basati sulla valutazione previsti dalla recente riforma dell’università costituisce un passo importante in questa direzione.” (cfr. pag. 17, grassetto nostro).

Il tema non compete alle imprese, ovvio, ma preme sottolineare due fattori desunti dall’esperienza professionale. Il primo concerne la qualità della ricerca svolta nelle nostre Università, che dovrebbe essere indirizzata concretamente a soddisfare alcune esigenze specifiche delle imprese. Forse questo avviene già, ma raramente il rapporto tra Università ed imprese è davvero produttivo. Per non parlare, poi, delle ridotte capacità imprenditoriali di molte start-up che nascono grazie ad iniziative accademiche ….

Il secondo aspetto concerne il ruolo che le aziende dovrebbero avere nella scuola e nelle Università, le grandi imprese finanziando la ricerca, le medie e le piccole presentando specifiche esigenze connesse al proprio sviluppo. Le imprese debbono impegnarsi nel sostegno del mondo dell’istruzione, come del resto già avviene in altri paesi, Germania in primis. Scuola, università ed impresa hanno logiche diverse, e tali devono permanere, ma è necessario che questi due mondi colloquino su basi nuove e con minori vincoli di ingresso, formali e sostanziali, nei rispettivi ambiti di operatività.


Sep 8 2011

Prima direzione di lavoro per il sistema Italia: un nuovo mercato del lavoro

Alberto Balestreri

Quali interventi strutturali dovrebbero essere perseguiti per agevolare la crescita delle imprese italiane? Un importante insieme di interventi concerne il mercato del lavoro ed in particolare, secondo quanto espresso dal dott. Visco al Senato (cfr. post precedente), il corretto inquadramento della contrattazione aziendale e territoriale, l’aumento della fluidità del processo di riallocazione del capitale umano, il superamento delle attuale dualità del mercato del lavoro, la riforma del sistema di sicurezza sociale e un più marcato sostegno ai segmenti che hanno maggiore difficoltà di inserimento o di permanenza.

La riconfigurazione del mercato del lavoro richiede il conseguimento di un duplice obiettivo. Il primo riguarda l’aumento delle condizioni di economicità nelle quali possono operare le imprese italiane, elemento non banale in un mercato globale nel quale alcune centinaia di milioni di cinesi lavorano ad un quinto (almeno) del costo medio del personale di una PMI italiana. Il secondo concerne lo sviluppo di nuove forme di protezione sociale data la rigidità assunta, nel corso degli anni, dal nostro sistema pensionistico, e ciò anche al fine di non assistere alla formazione di uno cospicuo gruppo di homeless cinquantenni, in buona misura diplomati e laureati, che vagheranno in attesa di maturare il diritto alla pensione.

Ma esaminiamo le proposte presentate dal dott. Visco in Senato:

1. Rafforzamento della contrattazione aziendale e territoriale e fluidità del processo di riallocazione:

“La valorizzazione della contrattazione aziendale con il consenso delle parti sociali e l’eliminazione di tutte le incertezze applicative sono obiettivi da perseguire. La contrattazione decentrata è in atto in paesi con tradizioni di relazioni sindacali non troppo dissimili dalla nostra. La contrattazione non può tuttavia sostituirsi a un’adeguata disciplina normativa. Le tutele dei rapporti di lavoro e il sostegno alle persone senza un impiego devono essere coerenti tra loro e volti a facilitare i processi di riallocazione dei lavoratori tra imprese e settori, superando l’attuale segmentazione del mercato del lavoro. La fluidità del processo di riallocazione è condizione essenziale per assecondare la trasformazione dell’economia italiana e sospingerne la crescita.” (pag. 17 e 18 della Testimonianza, grassetto nostro). La riallocazione del capitale umano è probabilmente uno dei temi più difficile da disegnare, dati i forti vincoli storici e sociali alla mobilità in Italia;

2. Superamento del dualismo del mercato del lavoro:

“Le riforme realizzate negli ultimi 15 anni hanno facilitato l’accesso al mercato del lavoro in molteplici situazioni particolari, ma ne hanno accresciuto il dualismo. È tempo di procedere a un riesame complessivo dei meccanismi di regolamentazione dei rapporti di lavoro e della coerenza di questi ultimi con il sistema di sicurezza sociale. Sotto il primo profilo, è prioritario riequilibrare la convenienza relativa nell’utilizzo di contratti a termine e contratti a tempo indeterminato, superando i rischi e le incertezze che scoraggiano le imprese a ricorrere a questi ultimi.(pag. 18, grassetto e sottolineato nostro). Riuscire ad incentivare l’assunzione a tempo indeterminato rappresenterebbe un grande passo in avanti per le giovani generazioni e per le stesse imprese, data la maggiore efficienza economica ed operativa assicurata da questa soluzione rispetto ad alcune forme contrattuali oggi vigenti;

3. Riforma del sistema di sicurezza sociale:

Sotto questo profilo il dott. Visco prosegue proponendo due linee di riforma: “Vi si dovrebbe accompagnare una riforma sistematica degli ammortizzatori sociali, volta ad affermare l’universalità della copertura. Un istituto assicurativo contro la disoccupazione, simile all’attuale indennità ordinaria, e uno strumento di sostegno all’occupazione nelle fasi sfavorevoli del ciclo, come l’attuale CIG ordinaria, possono costituire gli elementi della nuova struttura di ammortizzatori. L’accesso a entrambi andrebbe esteso a una platea più ampia, eliminando così segmentazioni inefficienti e inique; il finanziamento dovrebbe riflettere l’intensità dell’utilizzo, limitando gli usi impropri dei singoli strumenti.” (pag. 18, grassetto e sottolineato nostro). Il tema, che abbiamo già toccato nella parte iniziale del nostro post, è fondamentale se non si vuole assistere alla disgregazione del tessuto sociale, esponendo anche il mondo dell’impresa a nuovi e maggiori rischi.

4. Aiuto ai segmenti che hanno maggiore difficoltà di inserimento:

“Per stimolare la partecipazione al mercato del lavoro delle componenti che hanno una maggiore difficoltà di inserimento o di permanenza in condizione di occupazione, soprattutto quella femminile, sono rilevanti anche politiche di contesto, come la fornitura di servizi di cura, e il disegno del sistema fiscale. La riforma dell’imposizione e dell’assistenza dovrà disegnare un sistema che renda quanto più favorevole la partecipazione al mercato del lavoro di tutti, ma in particolare delle donne.

Il sostegno al reddito delle famiglie numerose e maggiormente bisognose e l’incentivo al lavoro possono essere coniugati con schemi di bonus fiscale, di importo decrescente al crescere del reddito familiare equivalente, condizionati alla presenza di un reddito da lavoro regolare in capo a ciascun coniuge, sull’esempio di analoghi schemi adottati negli Stati Uniti (Earned Income Tax Credit, EITC) e nel Regno Unito (Working Tax Credit, WTC).

Parte delle risorse che si dovessero rendere disponibili da un innalzamento dell’età pensionabile delle donne potrebbe essere utilizzata per favorire l’occupazione femminile.” (pag. 18, grassetto nostro).

Come si può osservare sono tutti temi di intervento molto attuali e concreti, che richiedono riflessioni e valutazioni accurate prima di essere implementati ma che, al contempo, possono consentire al nostro sistema produttivo di colmare parte degli svantaggi competitivi che si sono stratificati nel corso degli anni. Il problema, però, non è solo di natura giuridica o fiscale ma, prima di tutto, culturale: gli italiani hanno seriamente desiderio di riprendere a lavorare bene e molto, oppure no? La risposta non è poi così scontata …


Sep 1 2011

Cinque direzioni di lavoro per il sistema Italia

Alberto Balestreri

Le manovre varate dal Governo italiano tra luglio ed agosto, indotte dall’acuirsi delle pressioni dei mercati sui titoli del debito pubblico italiano, rappresentano uno spunto sufficientemente ampio sul quale valutare ciò di cui ha bisogno il nostro Paese nei prossimi 10-15 anni. A noi pare che le considerazioni svolte dal dott. Ignazio Visco, Vice Direttore della Banca d’Italia, nel corso della testimonianza da egli tenuta presso il Senato della Repubblica lo scorso 30 agosto (che potete prelevare direttamente dal sito della Banca d’Italia cliccando qui), rappresentino un’ottima sintesi delle direzioni di lavoro sulle quali, ad oggi, è necessario investire – in termini di ricerca, innovazione strategica e politiche economiche – per permettere all’Italia di recuperare il terreno perso in questi ultimi cinque anni.

Al di là dei puntuali commenti ai contenuti tecnici del decreto legge 13 agosto 2011, n. 138 – destinato, come noto, ad una profonda rivisitazione nel corso del dibattimento parlamentare – è possibile riassumere queste “direzioni di lavoro” nelle seguenti cinque macro aree, per ciascuna delle quali ci è parso utile riallocare parti del testo della testimonianza del dott. Visco:

a) aumentare le risorse disponibili per gli investimenti pubblici;

“Dal lato della spesa, un significativo impulso alla crescita deriverebbe dalla rimozione degli ostacoli alla realizzazione degli investimenti delle società concessionarie. Per la più importante di queste, le opere già concordate da realizzare valgono circa 15 miliardi.”

Nell’ambito della spesa in conto capitale delle Amministrazioni pubbliche, occorre dare priorità ai progetti che beneficiano di un contributo europeo. I fondi strutturali comunitari attualmente a nostra disposizione sono stati spesi solo per il 15 per cento: quelli non spesi ammontano a 23 miliardi, a cui va associato il relativo co-finanziamento nazionale.” (cfr. pag. 14 della testimonianza, grassetto nostro);

b) ridurre gli apparati istituzionali:

“Un più deciso intervento sugli apparati istituzionali darebbe risparmi significativi nel medio termine, oltre a sottolineare l’urgenza del riequilibrio dei conti pubblici. La razionalizzazione dei diversi livelli di Governo dovrebbe mirare a semplificare i processi decisionali e a evitare duplicazioni di funzioni e sovrapposizioni di competenze. Una parte delle funzioni delle Province potrebbe essere riallocata ai Comuni, che già hanno responsabilità in materia di istruzione, cultura e beni culturali e politiche sociali. Funzioni riferibili ad ambiti territoriali più ampi (trasporti, gestione del territorio, tutela dell’ambiente, sviluppo economico) potrebbero invece passare alle Regioni. Ciò favorirebbe una razionalizzazione degli interventi in tali ambiti. Una sostanziale riduzione delle competenze delle Province consentirebbe un significativo snellimento dei relativi apparati burocratici e degli organi rappresentativi e non trascurabili risparmi.” (pag. 11, grassetto nostro);

Con riferimento al contenimento dei costi delle strutture amministrative, sono necessari processi sistematici di revisione della spesa (spending review), che consentano di valutare attraverso analisi dettagliate l’adeguatezza dell’entità di ciascuna voce di spesa indipendentemente dal suo livello storico. Ciò consentirebbe di evitare che i tagli abbiano ripercussioni negative sull’efficacia dei servizi pubblici, divenendo insostenibili nel medio termine. A fronte del significativo aumento della pressione fiscale non deve verificarsi un deterioramento della qualità dei servizi offerti.

La revisione della spesa dovrebbe considerare l’accorpamento di enti con finalità similari, la concentrazione della presenza territoriale delle amministrazioni allo scopo di conseguire economie di scala, la riduzione delle aree di sovrapposizione, l’accrescimento delle forme di integrazione nella gestione dei servizi amministrativi interni.

Per ottimizzare l’allocazione delle risorse è necessario rafforzare l’utilizzo degli indicatori di efficienza delle diverse strutture pubbliche (uffici, scuole, ospedali, tribunali) e ampliare la diffusione dell’informazione circa la qualità dei servizi. Altre valide indicazioni operative su possibili interventi sono state in passato offerte da esercizi parziali e non continuativi di revisione della spesa. Ad esempio, il rapporto della Commissione Tecnica per la Finanza pubblica del 2007 osservava, con riferimento alle attività del Ministero della Giustizia, che recuperi di efficienza possono derivare dalla riorganizzazione geografica degli uffici giudiziari e dal riassetto dei tribunali minori. Nel settore delle infrastrutture la Commissione individuava debolezze nei meccanismi di selezione degli investimenti, nell’attività di programmazione e in quelle di monitoraggio e controllo dei lavori.

L’ulteriore riduzione dei trasferimenti agli enti decentrati andrebbe realizzata coerentemente con l’attuazione del federalismo fiscale, accelerando l’applicazione del nuovo meccanismo di finanziamento degli enti basato su costi e fabbisogni standard. L’imposizione di stringenti vincoli di bilancio e l’assegnazione di un’adeguata autonomia impositiva consentirebbero di responsabilizzare gli enti nella gestione dei comparti di loro competenza. L’anticipo dell’utilizzo dei parametri di virtuosità e il ripristino della possibilità di modificare le aliquote delle addizionali regionali e comunali, previsti dalla manovra, muovono in questa direzione.” (cfr. pag 12, grassetti nostri)

c) completare la riforma del sistema pensionistico:

“Negli scorsi anni la normativa previdenziale è stata oggetto di ripetuti interventi. Va tuttavia considerata la possibilità di completare il processo di riforma del sistema pensionistico, correggendo le disparità di trattamento ancora esistenti tra diverse categorie di lavoratori. Si potrebbe prevedere un ulteriore graduale aumento delle “quote” per l’accesso alla pensione di anzianità (date dalla somma degli anni di contribuzione e di età). Si potrebbe altresì anticipare l’incremento dell’età di pensionamento per vecchiaia delle lavoratrici del settore privato da 60 a 65 anni (l’avvio del processo potrebbe essere già a gennaio del 2012, quando alle lavoratrici del pubblico impiego si applicherà il requisito dei 65 anni); l’intervento assicurerebbe risparmi non trascurabili dal 2013 e crescenti negli anni successivi.” (cfr. pag. 11, grassetto nostro);

d) ridurre l’evasione fiscale e rimodulare la struttura dell’imposizione fiscale:

“L’evasione fiscale continua a essere un fenomeno rilevante: il valore aggiunto sommerso è quantificato nelle statistiche ufficiali in quasi un quinto del prodotto. Le misure incluse nel decreto di agosto sulla riduzione del limite per l’utilizzo del contante e, in misura contenuta, sull’attività di accertamento e su talune sanzioni, vanno nella giusta direzione. Interventi più incisivi consentirebbero di ridurre il peso dell’aggiustamento sui contribuenti che rispettano le norme. Nell’immediato, si potrebbe ulteriormente abbassare la soglia per l’uso del contante. Per il medio termine, vanno seguite le indicazioni contenute nel Rapporto finale del Gruppo di lavoro sull’“Economia non osservata e flussi finanziari”: favorire un maggior uso della moneta elettronica per le spese delle famiglie; accelerare la condivisione delle informazioni tra le diverse amministrazioni; potenziare gli attuali strumenti di misurazione induttiva del reddito (“redditometro” e “spesometro”) e gli studi di settore (prevedendo aggiornamenti annuali e sostituendo il riferimento ai ricavi o ai compensi con quello al valore aggiunto).” … 

“Anche in vista dell’entrata in vigore dell’imposta municipale che assorbirà l’attuale ICI e l’Irpef sui redditi fondiari da immobili non locati comprese le relative addizionali, va riesaminato il peso del prelievo sulla ricchezza immobiliare. Tra i principali paesi europei, l’Italia è caratterizzata da una imposizione sulla proprietà immobiliare relativamente bassa. Sulla base dei dati dell’OCSE, in Italia il prelievo è stato in media pari a circa l’1,5 per cento del PIL l’anno tra il 2000 e il 2008; in Francia gli incassi si sono attestati sul 2 per cento del PIL l’anno, mentre nel Regno Unito e in Spagna hanno rispettivamente superato e quasi raggiunto il 3 per cento del prodotto. L’Italia è l’unico paese ad aver abolito l’imposta sul possesso dell’abitazione principale.” (cfr. pag. 13)

“La composizione del prelievo fiscale può essere modificata in modo da renderla più favorevole alla crescita. Vi è spazio, ad esempio, per alleggerire il cuneo fiscale riducendo le aliquote contributive non pensionistiche. Attualmente la somma delle aliquote riferite alla Cassa Unica Assegni Familiari e all’indennità di maternità è pari a circa l’uno per cento, con introiti per il bilancio dello Stato dell’ordine di 7 miliardi. La fiscalizzazione di questi contributi per tutti i lavoratori potrebbe essere compensata da un aumento del prelievo sugli immobili oppure dell’IVA. Tale ricomposizione del bilancio pubblico determinerebbe un incremento del prodotto, nell’arco di un triennio, stimabile in 0,3-0,4 punti percentuali, principalmente grazie alla dinamica più sostenuta delle vendite all’estero indotta dal miglioramento della competitività del sistema produttivo.” (cfr. pag. 14)

e) disegnare politiche economiche che aiutino le imprese:

“Perché siano efficaci, occorre inserirle in un ambizioso disegno organico che miri a ridurre gli oneri amministrativi, migliorare l’efficacia della regolamentazione e stimolare la concorrenza; accrescere la qualità dei servizi pubblici e ottenere migliori condizioni per la realizzazione di infrastrutture; rimuovere gli ostacoli alla crescita delle dimensioni delle imprese, accrescere il capitale umano e agevolare l’innovazione; migliorare il funzionamento del mercato del lavoro. È importante, altresì, definire un quadro complessivo di obiettivi quantitativi e qualitativi e una valutazione dei tempi e delle modalità previsti per conseguirli, con la specificazione degli strumenti che si intenderebbe adottare. Si tratta di una sfida non ordinaria, inderogabile, di portata assai ampia: un innalzamento significativo del tasso di crescita della nostra economia è condizione essenziale non solo del riequilibrio finanziario, ma anche del progresso civile e sociale.” (cfr. pag. 14 e segg.).

La testimonianza del dott. Visco offre, su questo ultimo tema, quattro pagine dense di proposte utili per dare impulso alla crescita economica (cfr. pag. 15 e segg,). Tali proposte saranno oggetto del prossimo post, ma ne consigliamo da subito un’accurata lettura.


Dec 11 2010

Euro(pa) addio?

Alberto Balestreri

Probabilmente si, con questa generazione di politici. Stupisce non poco che anche Dani Rodrik, che non può certo essere qualificato come economista allineato con il Washington Consensus, abbia sottolineato in due articoli comparsi sul suo blog (che trovate tradotto in italiano sul sito del Sole 24 Ore cliccando qui) e su Project Syndacate i timori di uno sfaldamento dei confini dell’impero dell’euro (Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo). Se poi si valuta con pacatezza e profondità quanto riportato dal Vice Direttore Generale della Banca d’Italia, dott. Ignazio Visco, alle Commissioni riunite Bilancio e Programmazione economica lo scorso 1o dicembre (“La riforma della governance economica europea”) appare evidente che la crisi finanziaria ha mostrato al mondo l’incapacità di buona parte della classe politica europea di saper riconfigurare rapidamente Stati, politiche economiche e gli stessi contenuti della politica.

Quali soluzioni possibili? Il dott. Visco conclude il suo intervento sostenendo che “Le politiche pubbliche devono ora mirare a rafforzare il potenziale di crescita dell’economia, favorendo la competitività delle imprese e la produttività, migliorando la qualità dei servizi pubblici e della regolamentazione. Una crescita soddisfacente è condizione necessaria per il consolidamento strutturale dei conti pubblici e il conseguimento della stabilità finanziaria”, dopo aver più volte rimarcato che “gli effetti della crisi e le perduranti tensioni sui mercati finanziari hanno reso manifeste le carenze nel governo economico dell’Unione europea. L’interdipendenza creata dalla moneta unica richiede un maggiore coordinamento delle politiche economiche e di bilancio tra i paesi dell’area dell’euro.

Non pare che queste due direzioni di lavoro siano difficili da realizzare e, più in generale, non dovrebbero mancare in Europa intelligenze, anche assai acute, per immaginare come tradurle in realtà. La crisi finanziaria può rappresentare una grande opportunità per riaprire il Cantiere Europa. Ma provate a parlarne con qualche politico, ascoltate con attenzione le sue analisi e proposte di politica economica e sociale, fatevi candidamente pervadere dal suo inconcludente e schizofrenico populismo e pietismo sociale e capirete perché l’Europa, e l’euro, sono davvero a rischio.


Nov 7 2010

Quante PMI chiuderanno il 2010 in utile?

Alberto Balestreri

La Banca d’Italia conduce, con cadenza annuale, un Sondaggio congiunturale presso un vasto insieme di imprese italiane che impiegano almeno 20 addetti. I campioni sono, in buona sintesi, tre: il primo è costituito da circa tremila imprese appartenenti all’industria in senso stretto, il secondo si compone di quasi milleduecento imprese operanti nel comparto dei servizi privati non finanziari ed il terzo è costituito da circa cinquencento imprese del settore costruzioni.

L’indagine, che potete scaricare direttamente dal sito della Banca d’Italia cliccando qui, permette di valutare una molteplicità di elementi utili per comprendere l’esercizio in corso e le prospettive per il 2011. Le PMI italiane sono chiuse in un tunnel che non lascia possibilità di scampo?  La lettura attenta dei dati evidenzia un pluralità di segnali positivi, che testimoniano la vitalità del tessuto produttivo italiano e sui quali sarebbe assai utile sviluppare riflessioni controintuitive.

Volendoci concentrare sul tema centrale del bilancio di ogni PMI, e cioè sulla capacità che essa ha di produrre utili, abbiamo rielaborato i dati contenuti nel “Sondaggio congiunturale sulle imprese industriali e dei servizi” relativamente ad una sola variabile, e cioè la quota percentuale delle PMI che prevede di chiudere l’esercizio 2010 in utile:

Imprese che chiuderanno in utile l’esercizio 2010 Imprese industriali Imprese dei servizi non finanziari Imprese di costruzione
Totale imprese 59,3% 52,2% 53,9%
Classi di addetti
20-49 59,1% 49,2% 51,5%
50-199 59,0% 58,0% 63,4%
200-499 63,0% 60,3% 79,9%
500 e oltre 65,3% 68,0% 75,5%
Settore
Tessile 55,0%
Chimico 71,2%
Metalmeccanico 61,2%
Altre manifatture 53,6%
Energia, estrattive 72,8%
Commercio 63,4%
Alberghi e ristorazione 21,6%
Trasporti e comunicazione 54,7%
Altri servizi 49,8%
Area
Nord 60,4% 54,7% 46,3%
Centro 58,1% 51,2% 54,9%
Sud e Isole 55,6% 46,6% 66,3%

Tralasciamo ogni commento su alcune evidenze eclatanti, ma siamo proprio certi che in Italia vada tutto male?