Jan 14 2012

Perchè criticare Standard & Poors?

Alberto Balestreri

Lo scorso 13 gennaio S&P ha ridotto di 2 punti (notches) i rating a lungo termine di Cipro, Italia, Portogallo e Spagna, di 1 punto quelli di Austria, Francia, Malta e Slovacchia e Slovenia ed ha mantenuto inalterati i rating a lungo termine di Belgio, Estonia, Finlandia, Germania, Irlanda, Lussemburgo ed Olanda.

Inoltre gli outlook per i rating a lungo termine di tutti questi paesi, eccetto la Germania, sono diventati negativi, evidenziando che vi è (come minimo) una probabilità su tre che nel corso del prossimo biennio essi siano ulteriormente rivisti al ribasso.

Le motivazioni sono state così sintetizzate da S&P (grassetto nostro, ma cliccate qui per l’elenco completo delle loro osservazioni):

“Today’s rating actions are primarily driven by our assessment that the policy initiatives that have been taken by European policymakers in recent weeks may be insufficient to fully address ongoing systemic stresses in the eurozone. In our view, these stresses include:

(1) tightening credit conditions;

(2) an increase in risk premiums for a widening group of eurozone issuers;

(3) a simultaneous attempt to delever by governments and households;

(4) weakening economic growth prospects, and

(5) an open and prolonged dispute among European policymakers over the proper approach to address challenges.”

Tutto verissimo. Perchè anzichè lamentarsi, non cogliere con coraggio la sfida?


Dec 3 2011

Internal audit e banche

Alberto Balestreri

Il Comitato di Basilea ha (finalmente) pubblicato “The internal audit function in banks”, documento in consultazione sino alla fine di marz0 2012, che rivede in modo sostanziale il precedente “Internal audit in banks and the supervisor’s relationship with auditors” emanato nell’ormai lontanissimo agosto 2001. Potete scaricare il primo documento, direttamente dal sito della BIS, cliccando qui.

“The internal audit function in banks” si innesta direttamente nei principi di governance bancaria rivisti dal medesimo Comitato lo scorso anno (si vedano i “Principles for enhancing corporate governance” dell’ottobre 2010, ai quali potete accedere cliccando qui), nei quali veniva, tra l’altro, richiesto alle banche di avere ” …. an internal audit function with sufficient authority, stature, independence, resources and access to the board of directors. Independent, competent and qualified internal auditors are vital to sound corporate governance.”

La lettura del documento certamente aiuterà amministratori e sindaci di banche ed intermediari finanziari a comprendere meglio quali saranno gli orientamenti della Vigilanza sul tema. Sarà inoltre interessante verificare, ma lo potremo fare solamente nel corso della prossima primavera, quali osservazioni e critiche la comunità finanziaria proporrà al Comitato di Basilea, semprechè la pubblicazione di tali osservazioni venga autorizzata, al fine di comprendere in quali parti “The internal audit function in banks” risulti compilato in modo non sufficientemente chiaro o, au contraire, in modo troppo estensivo e pervasivo.


Dec 1 2011

80 miliardi di euro disponibili per la ricerca in Europa

Alberto Balestreri

Nonostante la crisi finanziaria ci sono buone notizie per le start-up e per le imprese che desiderano investire in ricerca.

“La Commissione europea ha presentato oggi (30 novembre 2011, ndr) un pacchetto di misure volte a rilanciare crescita, innovazione e competitività in Europa. La commissaria Máire Geoghegan-Quinn ha annunciato Orizzonte 2020, un programma di 80 miliardi di eurodestinati ad investimenti per la ricerca e l’innovazione. La commissaria Androulla Vassiliou ha presentato l’agenda strategica per l’innovazione dell’Istituto europeo di innovazione e tecnologia (IET) che riceverà fondi per 2,8 miliardi di euro nell’ambito del programma Orizzonte 2020. Parallelamente, il vicepresidente Antonio Tajani ha annunciato un nuovo programma complementare volto a potenziare competitività e innovazione nelle PMI dotato di un bilancio aggiuntivo pari a 2,5 miliardi di euro. I programmi di finanziamento corrono dal 2014 al 2020.

Nel presentare Orizzonte 2020, la commissaria europea per la Ricerca, l’innovazione e la scienza Máire Geoghegan-Quinn ha dichiarato: “Serve una nuova visione della ricerca e dell’innovazione europee in un contesto economico radicalmente mutato. Orizzonte 2020 stimola direttamente l’economia e ci garantisce la base scientifica e tecnologica e la competitività industriale per il futuro, con la promessa di una società più intelligente, sostenibile e inclusiva”.

Per la prima volta Orizzonte 2020 raggruppa l’insieme degli investimenti dell’UE per la ricerca e l’innovazione in un programma unico. Mette maggiormente in rilievo le possibilità di tradurre il progresso scientifico in prodotti e servizi innovativi che offrano opportunità imprenditoriali e cambino in meglio la vita dei cittadini. Nel contempo riduce drasticamente le formalità burocratiche semplificando norme e procedure per attirare più ricercatori di punta e una gamma più ampia di imprese innovative.

Orizzonte 2020 concentrerà i fondi su tre obiettivi chiave.

Sosterrà la posizione dell’UE in testa alla classifica mondiale nella scienza, con un bilancio assegnato di 24,6 miliardi di euro, compreso un aumento pari al 77% dei finanziamenti al Consiglio europeo della ricerca (CER) la cui missione è riuscita pienamente.

Contribuirà ad affermare il primato industriale nell’innovazione con un bilancio pari a 17,9 miliardi di euro, che comprende un investimento sostanzioso – pari a 13,7 miliardi di euro – nelle tecnologie di punta, nonché più ampio accesso al capitale e sostegno alle PMI.

Infine, 31,7 miliardi di euro saranno dedicati ad affrontare i principali problemi comuni a tutti gli europei, ripartiti su sei temi di base: sanità, evoluzione demografica e benessere; sicurezza alimentare, agricoltura sostenibile, ricerca marina e marittima e bioeconomia; energia sicura, pulita ed efficiente; trasporti intelligenti, verdi e integrati; interventi per il clima, efficienza delle risorse e materie prime; società inclusive, innovative e sicure.”

Potete trovare tutte le informazioni collegandovi a questo link.


Nov 27 2011

Debito pubblico o deficit di conoscenza?

Alberto Balestreri

Senza alcuna piaggeria i post di questo blog testimoniano che spesso essi hanno potuto beneficiare delle lucide analisi svolte dal neo Governatore della Banca d’Italia, dott. Ignazio Visco, il quale ha recentemente espresso, nel suo intervento “Investire in conoscenza: giovani e cittadini, formazione e lavoro”, alcune fondamentali considerazioni circa il ruolo che la conoscenza ed il capitale umano svolgono nelle società contemporanee.

In tempi di crisi finanziaria – che, come tutti ricordano, Marx aveva preconizzato quale principale causa del crollo delle società capitalistiche – può sembrare sterile, o quanto meno eccessivamente intellettuale, dedicare tempo prezioso ad esaminare il ruolo che la conoscenza svolge a favore dello sviluppo economico. I quotidiani riportano analisi terrificanti sulle cause della crisi le quali, però, hanno poco a che fare con l’esame accurato dei fattori strutturali posti a base di essa. Il rischio attuale è che la civilizzazione europea, costituita da persone mediamente sempre più anziane, collassi sotto i continui downgrading dei rating di stati e banche senza poter far piena leva sulla principale risorsa di cui essa dispone, la conoscenza.

Per quanto concerne l’Italia, se anzichè il debito sovrano fosse proprio il nostro deficit di conoscenza il problema numero uno? E se anzichè accontentarci di assumere l’Italia quale Paese di ignoranti (il che, in parte, è vero ma non ha impedito la creazione di un’economia vitale ed importante) elevassimo la visione su ciò che può essere fatto, anche in breve tempo, per riconfigurare ed estendere le competenze ed i saperi che si annidano nella difficile morfologia della nostra terra?

Più che il debito pubblico, il problema dell’Italia è il suo deficit di conoscenza, e ciò per almeno tre motivi. Primo, la crisi finanziaria è piombata come una meteora su una società che è oggi molto più interconnessa, soprattutto grazie al web, rispetto a quanto lo fosse nelle precedenti crisi. Secondo, sono oggi disponibili molti più strumenti di sviluppo della conoscenza di quanto non sia mai avvenuto nel corso della storia. Terzo, come sosteneva Richard Normann la proprietà dei mezzi di produzione è oggi nelle mani dei lavoratori (giusto per chiudere ogni spiraglio rivoluzionario alla precedente citazione di Marx) dato che in un mondo intriso di tecnologie la conoscenza E’ il principale fattore di produzione.

Ciò premesso, le accurate Considerazioni Iniziali del Governatore sono da meditare con grande attenzione. Il Paese ha bisogno di autostrade tecnologiche, di maggiori gradi di libertà di azione (concreta, e non filosofica, nel senso in cui la intende un grande conoscitore di essa come il premio Nobel Gao Xingjian) e di responsabili “teaching teachers” capaci di aiutare i giovani, le imprese ed i mercati a dare avvio ad una nuova dimensione dello sviluppo economico.

Perchè invece di attendere con inarrestabile lentezza la propria rovina, il Paese non lavora velocemente per creare le opportunità di un nuovo sviluppo economico?

Potete accedere all’intervento del dott. Visco, direttamente dal sito della Banca d’Italia, cliccando qui.


Nov 13 2011

Denaro e Bellezza

Alberto Balestreri

Denaro e Bellezza. I banchieri, Botticelli e il rogo delle vanità è una mostra molto interessante che si tiene nel meraviglioso Palazzo Strozzi di Firenze e che racconta la storia dell’invenzione del sistema bancario moderno e del progresso economico cui ha dato origine, ricostruendo la vita l’economia europea dal Medioevo al Rinascimento.

Come recita il sito di presentazione della mostra “I visitatori possono entrare nella vita delle famiglie che ebbero il controllo del sistema bancario, cogliendo anche il persistente conflitto tra valori spirituali ed economici. Il mito del mecenate è strettamente legato a quello dei banchieri che finanziarono le imprese delle case regnanti, ed è proprio quella convergenza che favorì l’operare di alcuni dei più importanti artisti di tutti i tempi. Un viaggio alla radice del potere fiorentino in Europa, ma anche un’analisi di quei meccanismi economici che – mezzo millennio prima degli attuali mezzi di comunicazione – permisero ai fiorentini di dominare il mondo degli scambi commerciali e, di conseguenza, di finanziare il Rinascimento. La mostra analizza i sistemi con cui i banchieri crearono immensi patrimoni, illustra la gestione dei rapporti internazionali e chiarisce anche la nascita del mecenatismo moderno che ha origine spesso come gesto penitenziale per trasformarsi poi in strumento di potere.”

Per coloro che sono interessati ai profili tecnici la mostra evidenza, a nostro parere, molto di più alla luce della crisi finanziaria nella quale siamo immersi. A mero titolo di esempio allora in Italia, come oggi nella finanza islamica, il computo degli interessi era proibito. L’arte ed il lusso rappresentavano uno strumento importante per affermare lo status symbol, ma anche per tentare di espiare il peccato di usura. E l’umanesimo certamente servì a riscoprire un glorioso passato, ma anche a sfuggire le ristrettezza culturali imposte dalla Chiesa di allora ed a recuperare una dimensione della vita ampia e densa di protagonismo.

E se anzichè introdurre una Tobin Tax sulle transazioni finanziarie proponessimo una ben più consistente Art Tax da dedicare alla conservazione ed allo sviluppo del patrimonio artistico del mondo (e, probabilmente, ad un primo tentativo di espiazione delle stronzate che banchieri e ministri delle finanze hanno compiuto nel corso degli ultimi anni)?

Consigliamo una visita alla mostra, almeno virtuale, cliccando qui.


Nov 5 2011

Cultura, politica ed economia

Alberto Balestreri

La religione è davvero l’oppio dei popoli, come sosteneva Karl Marx, oppure è un fattore capace di fornire un autonomo impulso allo sviluppo dell’economia e della politica, come sosteneva Max Weber?

Una domanda posta in questi termini certamente semplifica ciò che la storia e l’antropologia hanno da insegnarci, ma è interessante rilevare che due economisti della Banca Centrale Europea – Christoph Basten e Frank Betz – hanno recentemente pubblicato un paper – denominato “Marx vs. Weber – Does Religion Affect Politics and the Economy” – che offre interessanti spunti di riflessione.

Immaginiamo la Svizzera del XVI° secolo, ripensiamo a Zwingli ed a Calvino, e quindi al protestantesimo riformato e non al luteranesimo, concentriamoci sui cantoni Vaud e Friburgo e cerchiamo di comprendere come la cultura ha influenzato, nel corso dei secoli, la conformazione che in questi cantoni hanno assunto l’etica del lavoro, la frugalità, le preferenze politiche e il livello del reddito.

 “Our empirical results suggest that ceteris paribus in a Reformed Protestant electorate support for increasing leisure time will be about 13 percentage points lower than in a Catholic electorate, and that support for government intervention will be about 11 percentage points lower. These results are robust to varying our methodology along all relevant dimensions. Support for redistribution is also lower in Protestant municipalities, but the significance of the results depends on the specification. We do not find an equally robust effect on average income, but we do find the Protestant municipalities to exhibit clearly higher income inequality.”

Potete scaricare il paper direttamente dal sito della BCE cliccando qui.


Oct 23 2011

Supercompliance & superperformance

Alberto Balestreri

Post crisi Lehman la creazione di valore nel settore finanziario avviene principalmente tramite il conseguimento di risparmi di costi e/o lo sviluppo di ricavi contraddistinti da dimensioni molto contenute, da una elevatissima frequenza e da una diffusione in ogni area di attività.

La differenza rispetto al recente passato, infatti, risiede nel fatto che oltre al non favorevole scenario macro, il costante sviluppo delle tecnologie mobili e la crescente complessità dei modelli di business delle banche, indotte anche da una profonda rivisitazione delle norme regolamentari, rendono possibile implementare le più tradizionali fonti di creazione di valore – risparmio dei costi e sviluppo dei ricavi marginali, grazie ad economie di scopo e di scala – in ogni angolo della banca, con frequenza elevata e con probabile ripetibilità nel tempo. In sintesi, perfomance di eccellenza vengono conseguite tramite la somma di una miriade di atti di gestione e non più come frutto di grandi deal.

La Compliance è vissuta da molte banche unicamente quale fonte di investimenti e di costi. È certamente vero che l’aderenza ad un sempre più stringente quadro normativo determina una continua revisione delle norme, delle procedure e della formazione del capitale umano che opera in azienda. Ma possiamo limitarci ad una visione del business che tenta unicamente di “contenere i danni” della Compliance? Perchè non andare “oltre la compliance”?

La banca, la sua clientela, i mercati sui quali essa opera e le autorità di vigilanza rappresentano un complesso e fragile ecosistema nel quale le operazioni svolte da ciascun attore determinano effetti molteplici. Identificare e gestire gli impatti che le operazioni commerciali e finanziarie intraprese da una banca determinano sull’ambiente circostante dovrebbe rappresentare un’area importante dei sistemi di controllo di un intermediario, e ciò indipendentemente dal fatto che esse si svolgano in ambiti più o meno regolamentati.

Sotto questo aspetto, la Compliance, la cui implementazione certamente determina oneri a carico degli intermediari, è un investimento che deve essere finalizzato a ridurre sia i costi sociali che quelli aziendali delle banche.

Riguardo ai primi, e cioè ai costi sociali, l’adozione di stringenti criteri di Compliance consente di ridurre i costi per gli azionisti, e questo assume rilievo se si considera la necessità di patrimonializzare le banche tramite il rafforzamento del capitale e con ricorso ad adeguate politiche di autofinanziamento. È inoltre molto probabile che banche ben gestite non abbiano necessità di supporti pubblici per mantenere la propria indipendenza.

Per quanto concerne l’impatto sul conto economico degli intermediari, l’offerta di prodotti e servizi aderenti alle più stringenti normative consente di:

-          elevare la reputazione della banca;

-          ridurre talune classi di rischio operativi, in particolare quelli legati alle frodi ed alle contestazioni della clientela;

-          ridurre il rischio di credito grazie al perfezionamento delle pratiche di fido ed all’acquisizione di tutto il corredo di informazioni e documentazione utili anche nella fase di precontenzioso e di contenzioso;

-          ridurre le interruzioni di servizio, il cui impatto sulla produzione di ricavi può risultare anche molto significativo;

-          acquisire un set completo di informazioni di elevata qualità sul cliente;

-          determinare un continuo sviluppo del modello di business e dell’organizzazione;

-          sviluppare prodotti sempre più complessi, la cui imitazione da parte di altre banche appare difficile senza adeguati presidi giuridici, organizzativi ed informativi;

-          sviluppare la cultura aziendale;

-          consentire comparazioni con i prodotti ed i servizi dei concorrenti più marcate e precise;

-          dimostrare rispetto per il cliente e per le associazioni di consumatori che lo rappresentano, riducendo ex ante il rischio di contenzioso e di class actions;

-          elevare la qualità del capitale umano che opera in seno alla banca grazie alla presenza di strumenti di valutazione etica e di disciplina del suo operato.

Per concludere, la Compliance può contribuire al conseguimento di risparmi di costi e/o allo sviluppo di ricavi contraddistinti da dimensioni molto contenute, da una elevatissima frequenza e da una diffusione in ogni area di attività.


Oct 17 2011

ABI Costi & Business 2011

Alberto Balestreri

Lo Studio Balestreri ha il privilegio, tra gli altri, di redigere – insieme e per conto dell’Associazione Bancaria Italiana – i due rapporti annuali dedicati, rispettivamente, all’analisi dei costi operativi delle banche e dei gruppi bancari italiani denominati “Costing benchmark”.

La presentazione dei Rapporti sarà effettuata nel corso di un seminario ad hoc che si terrà presso la sede dell’ABI i prossimi 24 e 25 ottobre.

Potete scaricare il programma dell’evento, che quest’anno è stata intitolato “Super-compliance e super-performance: quali strategie?”, cliccando qui.

Se desiderate iscrivervi all’evento potete scaricare il modulo di adesione cliccando qui.


Oct 16 2011

Route 66

Alberto Balestreri

L’ultimo semestre ha mutato, e non di poco, l’umore ed il sentimento di molti di noi.

La grave crisi che ha investito le valutazioni del debito pubblico e dei titoli emessi dalle banche italiani, le pesanti manovre adottate dal Governo in più riprese – che avranno, nei prossimi 40 mesi, un impatto complessivo di oltre 155 miliardi di euro – e le prospettive difficili che si presentano alle nostre imprese, esposte più di quelle di altri Paesi agli andamenti del commercio internazionale, rendono la vita ancora più facile ai contrarian ed ai pessimisti di professione.

I cambiamenti in atto sono importanti e le cause della crisi non possiedono necessariamente pesi relativi proporzionali a ciò che leggiamo sui giornali.

A titolo di esempio, la crescita dell’economia italiana nel secondo trimestre è stata debole (+0,3% rispetto al primo trimestre 2011) ma nonostante la tenuta delle esportazioni (+1,1%) e la debole dinamica della spesa delle famiglie (+0,2%) è stata la drammatica riduzione delle scorte che “ … ha sottratto 0,8 punti percentuali alla dinamica del prodotto”, come viene rilevato a pag. 22 del Bollettino Economico pubblicato dalla Banca d’Italia lo scorso 14 ottobre. Neanche all’inizio della crisi finanziaria si era registrata una flessione così marcata di questa componente del PIL.

Per recuperare razionalità e disporre di alcuni seri elementi oggettivi di valutazione dello stato dell’economia italiana, e non solo, consigliamo come non mai una lettura accurata dell’ultimo Bollettino Economico – che potete scaricare direttamente dal sito della Banca d’Italia cliccando qui – il quale reca il numero 66 che, alla faccia dei più pessimisti, nella smorfia napoletana è abbinato al successo :-) .


Oct 11 2011

Aspettative

Alberto Balestreri

Quest’anno il premio Nobel per l’economia è stato attribuito a Thomas Sargent, della New York University, ed a Christopher Sims, della Princeton University.

Tralasciamo le motivazioni del premio ed i profili accademici dei due studiosi per rilevare, invece, un componente fondamentale delle teorie da loro sviluppate che crediamo assuma rilevante utilità in un momento difficile quale quello che stiamo attraversando. A tale proposito, il Financial Times di oggi pubblica (pag. 5)  un articolo intitolato  “Macroeconomic researchers win Nobel Prize” nel quale viene tra l’altro riportata la seguente importante osservazione che il prof. Sargent ha offerto sul tema del controllo dell’inflazione:  “He argued that these changes reflected the way individuals in the economy updated their expectations about what economic policymakers were trying to do, rather than by shifts in the policy itselfs. Se si desidera orientare il mercato, non conta quindi solo quello che effettivamente si fa, ma soprattutto ciò che si desidera e si intende fare.

L’articolo prosegue rilevando che “As Prof Sargent himself observed, today’s economic developments such as the eurozone crisis are driven strongly by expectations“. Se questo è vero non è, quindi, solo ciò che in Europa si è fatto ad aver determinato la spaventosa crisi di credibilità dell’eurozona, ma è soprattutto ciò che si sarebbe dovuto cercare di fare e che, invece, non è stato in alcun modo tentato.


Sep 11 2011

Seconda direzione di lavoro per il sistema Italia: rafforzamento delle PMI

Alberto Balestreri

Nella testimonianza del dott. Visco (vedi i due post precedenti) si legge:

“La ridotta dimensione delle aziende italiane, unita a una struttura manageriale spesso selezionata esclusivamente all’interno della famiglia proprietaria e a un basso utilizzo di capitale umano, costituisce oggi un fattore di freno allo sviluppo.” (cfr. pag. 17)

Che la dimensione aziendale sia un fattore chiave del successo di una impresa in un mondo globalizzato –  anche grazie alle economie di scala e di scopo che possono essere perseguite mediante dotazioni di risorse, di qualsiasi natura, più cospicue – è un fattore che dovrebbe essere attentamente considerato da molte PMI italiane.

Per quanto concerne gli aspetti legati strettamente alla governance non è facile, o anche solo opportuno, reperire all’interno della cerchia famigliare (che in taluni casi può estendersi per alcuni gradi) le risorse umane capaci a condurre l’azienda. La governance non è tema connesso al solo passaggio generazionale ed al trasferimento della titolarità del capitale, ma si collega, ben prima del passaggio generazionale, ad una vasta rete di problematiche e valutazioni di opportunità che spaziano dall’effettiva possibilità di formare le giovani leve nell’azienda di famiglia (difficile creare valore se prima non si sono battute da soli le strade del mondo) all’inquinamento dei rapporti di lavoro dovuti a problematiche famigliari che nulla hanno a che vedere con l’azienda ed il suo successo, dalla curvatura che spesso viene acquisita, in senso troppo positivo o troppo negativo, dai comportamenti di alcune figure chiave dell’azienda verso i giovani che entrano alla necessità di comprimere troppo gli equilibri e le relazioni famigliari al fine di assicurare comunque il successo dell’azienda.

In questo quadro l’ingresso di nuovi manager in una PMI appare ancora più difficile e può rendere il tutto drammatico e pericoloso se prima non sono state ben definite le deleghe da affidare ai manager e se la cultura famigliare stenta ad accettare un rapporto con loro che dovrebbe qualificarsi molto  anglosassone, fondato cioè sui risultati aziendali e non su eccessiva famigliarità e speranze, da un lato, o su sufficienza ed emarginazione, dall’altro.

“Una tassazione del reddito d’impresa volta a promuovere la capitalizzazione e un maggior rigore nel perseguire i fenomeni evasivi possono ridurre gli incentivi a mantenere strutture aziendali piccole, poco trasparenti e basate su rapporti informali. Un maggior ricorso al capitale di rischio rafforzerebbe la solidità patrimoniale delle imprese e permetterebbe di affrontare progetti di investimento più innovativi e potenzialmente più produttivi e remunerativi.” (cfr. pag. 17, grassetto nostro).

Il tema sollevato dal dott. Visco dovrebbe essere approfondito, prendendo in considerazione se effettivamente è la sola piccola impresa che, a fronte di una rigorosa applicazione della normativa fiscale, si troverebbe indotta a crescere oppure se sono le imprese già in “fuga dimensionale”, e cioè le medie in crescita, quelle che soffrono maggiormente la elevata pressione della leva fiscale. In ogni caso è necessario definire regole che, superando ad esempio il concetto di neutralità della fusione fra imprese, incentivino fortemente i processi di aggregazione ed alleanza fra imprese, creando altresì formule incentivanti, ad esempio sulle partecipazioni detenute post merge, per agevolare l’exit di quegli imprenditori che desiderano in breve tempo uscire lasciare la propria attività.

Con l’avvento di Basilea III è necessario procedere ad un rafforzamento delle dotazioni di capitale delle PMI italiane. I profili finanziari e patrimoniali, per quanto solidi, non rappresentano altro che la condizione necessaria, ma non sufficiente, per dare avvio a progetti di investimento “innovativi e potenzialmente più produttivi e remunerativi”. La dimensione di azienda aiuta anche a fare meglio ricerca, a sviluppare rapporti solidi con centri di conoscenza i quali possono apportare idee, brevetti e risorse. Ma per fare innovazione, che poco ha a che vedere con la creatività iniziale di un imprenditore, servono prima metodo e capitale umano e, solo dopo, soldi.

“Imprese più innovative e organizzativamente complesse devono poter contare su elevati livelli di capitale umano. È necessario accrescere i livelli di istruzione della forza lavoro, che sono ancora oggi nettamente inferiori alle media europea, anche tra i più giovani.” (cfr. pag. 17, grassetto nostro).

La qualità del capitale umano è uno dei problemi della nostra economia. L’avvento di Internet può attenuare il problema, dato che è possibile acquisire sulla rete dati ed informazioni da fonti qualificate su qualsiasi area di conoscenza. Nonostante ciò, sono poche le PMI italiane che strutturano in modo organico lo sviluppo del capitale umano  che opera in azienda. La formazione in ambito tecnico, amministrativo e fiscale certamente non manca, ma verosimilmente le due qualità citate dal dott. Visco, e cioè la capacità di innovare ed il saper organizzare, quelle che sono meno gettonate. Temi quali la leadership, lo sviluppo di modelli di remunerazione del capitale umano connessi all’innovazione, l’adozione di programmi di corporate venturing, i modelli di gestione dei knowledge workers e lo sviluppo della capacità di organizzare la creazione di valore sono raramente oggetto di riflessione in azienda. Per farsi un’idea di ciò su cui sarebbe necessario investire basta sfogliare quanto ha pubblicato, nel corso degli ultimi tre anni di crisi economica, la Harvard Business Review. È questo insieme di strumenti che manca alle PMI ed alle banche italiane.

È ovvio che il tema della valorizzazione del capitale umano ha radici lontane. Come rilevato dal dott. Visco: “La scuola e l’università devono trovare adeguato finanziamento, ma sono da potenziare gli strumenti di valutazione e i meccanismi incentivanti lungo linee in parte già delineate. È necessario prevedere interventi mirati sulle scuole e aree in ritardo e la revisione del sistema di selezione, allocazione e valorizzazione degli insegnanti. L’università e il sistema della ricerca sono chiamati a colmare con urgenza il ritardo accumulato nel confronto internazionale. La piena e rigorosa attuazione dei meccanismi di incentivazione basati sulla valutazione previsti dalla recente riforma dell’università costituisce un passo importante in questa direzione.” (cfr. pag. 17, grassetto nostro).

Il tema non compete alle imprese, ovvio, ma preme sottolineare due fattori desunti dall’esperienza professionale. Il primo concerne la qualità della ricerca svolta nelle nostre Università, che dovrebbe essere indirizzata concretamente a soddisfare alcune esigenze specifiche delle imprese. Forse questo avviene già, ma raramente il rapporto tra Università ed imprese è davvero produttivo. Per non parlare, poi, delle ridotte capacità imprenditoriali di molte start-up che nascono grazie ad iniziative accademiche ….

Il secondo aspetto concerne il ruolo che le aziende dovrebbero avere nella scuola e nelle Università, le grandi imprese finanziando la ricerca, le medie e le piccole presentando specifiche esigenze connesse al proprio sviluppo. Le imprese debbono impegnarsi nel sostegno del mondo dell’istruzione, come del resto già avviene in altri paesi, Germania in primis. Scuola, università ed impresa hanno logiche diverse, e tali devono permanere, ma è necessario che questi due mondi colloquino su basi nuove e con minori vincoli di ingresso, formali e sostanziali, nei rispettivi ambiti di operatività.


Sep 8 2011

Prima direzione di lavoro per il sistema Italia: un nuovo mercato del lavoro

Alberto Balestreri

Quali interventi strutturali dovrebbero essere perseguiti per agevolare la crescita delle imprese italiane? Un importante insieme di interventi concerne il mercato del lavoro ed in particolare, secondo quanto espresso dal dott. Visco al Senato (cfr. post precedente), il corretto inquadramento della contrattazione aziendale e territoriale, l’aumento della fluidità del processo di riallocazione del capitale umano, il superamento delle attuale dualità del mercato del lavoro, la riforma del sistema di sicurezza sociale e un più marcato sostegno ai segmenti che hanno maggiore difficoltà di inserimento o di permanenza.

La riconfigurazione del mercato del lavoro richiede il conseguimento di un duplice obiettivo. Il primo riguarda l’aumento delle condizioni di economicità nelle quali possono operare le imprese italiane, elemento non banale in un mercato globale nel quale alcune centinaia di milioni di cinesi lavorano ad un quinto (almeno) del costo medio del personale di una PMI italiana. Il secondo concerne lo sviluppo di nuove forme di protezione sociale data la rigidità assunta, nel corso degli anni, dal nostro sistema pensionistico, e ciò anche al fine di non assistere alla formazione di uno cospicuo gruppo di homeless cinquantenni, in buona misura diplomati e laureati, che vagheranno in attesa di maturare il diritto alla pensione.

Ma esaminiamo le proposte presentate dal dott. Visco in Senato:

1. Rafforzamento della contrattazione aziendale e territoriale e fluidità del processo di riallocazione:

“La valorizzazione della contrattazione aziendale con il consenso delle parti sociali e l’eliminazione di tutte le incertezze applicative sono obiettivi da perseguire. La contrattazione decentrata è in atto in paesi con tradizioni di relazioni sindacali non troppo dissimili dalla nostra. La contrattazione non può tuttavia sostituirsi a un’adeguata disciplina normativa. Le tutele dei rapporti di lavoro e il sostegno alle persone senza un impiego devono essere coerenti tra loro e volti a facilitare i processi di riallocazione dei lavoratori tra imprese e settori, superando l’attuale segmentazione del mercato del lavoro. La fluidità del processo di riallocazione è condizione essenziale per assecondare la trasformazione dell’economia italiana e sospingerne la crescita.” (pag. 17 e 18 della Testimonianza, grassetto nostro). La riallocazione del capitale umano è probabilmente uno dei temi più difficile da disegnare, dati i forti vincoli storici e sociali alla mobilità in Italia;

2. Superamento del dualismo del mercato del lavoro:

“Le riforme realizzate negli ultimi 15 anni hanno facilitato l’accesso al mercato del lavoro in molteplici situazioni particolari, ma ne hanno accresciuto il dualismo. È tempo di procedere a un riesame complessivo dei meccanismi di regolamentazione dei rapporti di lavoro e della coerenza di questi ultimi con il sistema di sicurezza sociale. Sotto il primo profilo, è prioritario riequilibrare la convenienza relativa nell’utilizzo di contratti a termine e contratti a tempo indeterminato, superando i rischi e le incertezze che scoraggiano le imprese a ricorrere a questi ultimi.(pag. 18, grassetto e sottolineato nostro). Riuscire ad incentivare l’assunzione a tempo indeterminato rappresenterebbe un grande passo in avanti per le giovani generazioni e per le stesse imprese, data la maggiore efficienza economica ed operativa assicurata da questa soluzione rispetto ad alcune forme contrattuali oggi vigenti;

3. Riforma del sistema di sicurezza sociale:

Sotto questo profilo il dott. Visco prosegue proponendo due linee di riforma: “Vi si dovrebbe accompagnare una riforma sistematica degli ammortizzatori sociali, volta ad affermare l’universalità della copertura. Un istituto assicurativo contro la disoccupazione, simile all’attuale indennità ordinaria, e uno strumento di sostegno all’occupazione nelle fasi sfavorevoli del ciclo, come l’attuale CIG ordinaria, possono costituire gli elementi della nuova struttura di ammortizzatori. L’accesso a entrambi andrebbe esteso a una platea più ampia, eliminando così segmentazioni inefficienti e inique; il finanziamento dovrebbe riflettere l’intensità dell’utilizzo, limitando gli usi impropri dei singoli strumenti.” (pag. 18, grassetto e sottolineato nostro). Il tema, che abbiamo già toccato nella parte iniziale del nostro post, è fondamentale se non si vuole assistere alla disgregazione del tessuto sociale, esponendo anche il mondo dell’impresa a nuovi e maggiori rischi.

4. Aiuto ai segmenti che hanno maggiore difficoltà di inserimento:

“Per stimolare la partecipazione al mercato del lavoro delle componenti che hanno una maggiore difficoltà di inserimento o di permanenza in condizione di occupazione, soprattutto quella femminile, sono rilevanti anche politiche di contesto, come la fornitura di servizi di cura, e il disegno del sistema fiscale. La riforma dell’imposizione e dell’assistenza dovrà disegnare un sistema che renda quanto più favorevole la partecipazione al mercato del lavoro di tutti, ma in particolare delle donne.

Il sostegno al reddito delle famiglie numerose e maggiormente bisognose e l’incentivo al lavoro possono essere coniugati con schemi di bonus fiscale, di importo decrescente al crescere del reddito familiare equivalente, condizionati alla presenza di un reddito da lavoro regolare in capo a ciascun coniuge, sull’esempio di analoghi schemi adottati negli Stati Uniti (Earned Income Tax Credit, EITC) e nel Regno Unito (Working Tax Credit, WTC).

Parte delle risorse che si dovessero rendere disponibili da un innalzamento dell’età pensionabile delle donne potrebbe essere utilizzata per favorire l’occupazione femminile.” (pag. 18, grassetto nostro).

Come si può osservare sono tutti temi di intervento molto attuali e concreti, che richiedono riflessioni e valutazioni accurate prima di essere implementati ma che, al contempo, possono consentire al nostro sistema produttivo di colmare parte degli svantaggi competitivi che si sono stratificati nel corso degli anni. Il problema, però, non è solo di natura giuridica o fiscale ma, prima di tutto, culturale: gli italiani hanno seriamente desiderio di riprendere a lavorare bene e molto, oppure no? La risposta non è poi così scontata …


Sep 1 2011

Cinque direzioni di lavoro per il sistema Italia

Alberto Balestreri

Le manovre varate dal Governo italiano tra luglio ed agosto, indotte dall’acuirsi delle pressioni dei mercati sui titoli del debito pubblico italiano, rappresentano uno spunto sufficientemente ampio sul quale valutare ciò di cui ha bisogno il nostro Paese nei prossimi 10-15 anni. A noi pare che le considerazioni svolte dal dott. Ignazio Visco, Vice Direttore della Banca d’Italia, nel corso della testimonianza da egli tenuta presso il Senato della Repubblica lo scorso 30 agosto (che potete prelevare direttamente dal sito della Banca d’Italia cliccando qui), rappresentino un’ottima sintesi delle direzioni di lavoro sulle quali, ad oggi, è necessario investire – in termini di ricerca, innovazione strategica e politiche economiche – per permettere all’Italia di recuperare il terreno perso in questi ultimi cinque anni.

Al di là dei puntuali commenti ai contenuti tecnici del decreto legge 13 agosto 2011, n. 138 – destinato, come noto, ad una profonda rivisitazione nel corso del dibattimento parlamentare – è possibile riassumere queste “direzioni di lavoro” nelle seguenti cinque macro aree, per ciascuna delle quali ci è parso utile riallocare parti del testo della testimonianza del dott. Visco:

a) aumentare le risorse disponibili per gli investimenti pubblici;

“Dal lato della spesa, un significativo impulso alla crescita deriverebbe dalla rimozione degli ostacoli alla realizzazione degli investimenti delle società concessionarie. Per la più importante di queste, le opere già concordate da realizzare valgono circa 15 miliardi.”

Nell’ambito della spesa in conto capitale delle Amministrazioni pubbliche, occorre dare priorità ai progetti che beneficiano di un contributo europeo. I fondi strutturali comunitari attualmente a nostra disposizione sono stati spesi solo per il 15 per cento: quelli non spesi ammontano a 23 miliardi, a cui va associato il relativo co-finanziamento nazionale.” (cfr. pag. 14 della testimonianza, grassetto nostro);

b) ridurre gli apparati istituzionali:

“Un più deciso intervento sugli apparati istituzionali darebbe risparmi significativi nel medio termine, oltre a sottolineare l’urgenza del riequilibrio dei conti pubblici. La razionalizzazione dei diversi livelli di Governo dovrebbe mirare a semplificare i processi decisionali e a evitare duplicazioni di funzioni e sovrapposizioni di competenze. Una parte delle funzioni delle Province potrebbe essere riallocata ai Comuni, che già hanno responsabilità in materia di istruzione, cultura e beni culturali e politiche sociali. Funzioni riferibili ad ambiti territoriali più ampi (trasporti, gestione del territorio, tutela dell’ambiente, sviluppo economico) potrebbero invece passare alle Regioni. Ciò favorirebbe una razionalizzazione degli interventi in tali ambiti. Una sostanziale riduzione delle competenze delle Province consentirebbe un significativo snellimento dei relativi apparati burocratici e degli organi rappresentativi e non trascurabili risparmi.” (pag. 11, grassetto nostro);

Con riferimento al contenimento dei costi delle strutture amministrative, sono necessari processi sistematici di revisione della spesa (spending review), che consentano di valutare attraverso analisi dettagliate l’adeguatezza dell’entità di ciascuna voce di spesa indipendentemente dal suo livello storico. Ciò consentirebbe di evitare che i tagli abbiano ripercussioni negative sull’efficacia dei servizi pubblici, divenendo insostenibili nel medio termine. A fronte del significativo aumento della pressione fiscale non deve verificarsi un deterioramento della qualità dei servizi offerti.

La revisione della spesa dovrebbe considerare l’accorpamento di enti con finalità similari, la concentrazione della presenza territoriale delle amministrazioni allo scopo di conseguire economie di scala, la riduzione delle aree di sovrapposizione, l’accrescimento delle forme di integrazione nella gestione dei servizi amministrativi interni.

Per ottimizzare l’allocazione delle risorse è necessario rafforzare l’utilizzo degli indicatori di efficienza delle diverse strutture pubbliche (uffici, scuole, ospedali, tribunali) e ampliare la diffusione dell’informazione circa la qualità dei servizi. Altre valide indicazioni operative su possibili interventi sono state in passato offerte da esercizi parziali e non continuativi di revisione della spesa. Ad esempio, il rapporto della Commissione Tecnica per la Finanza pubblica del 2007 osservava, con riferimento alle attività del Ministero della Giustizia, che recuperi di efficienza possono derivare dalla riorganizzazione geografica degli uffici giudiziari e dal riassetto dei tribunali minori. Nel settore delle infrastrutture la Commissione individuava debolezze nei meccanismi di selezione degli investimenti, nell’attività di programmazione e in quelle di monitoraggio e controllo dei lavori.

L’ulteriore riduzione dei trasferimenti agli enti decentrati andrebbe realizzata coerentemente con l’attuazione del federalismo fiscale, accelerando l’applicazione del nuovo meccanismo di finanziamento degli enti basato su costi e fabbisogni standard. L’imposizione di stringenti vincoli di bilancio e l’assegnazione di un’adeguata autonomia impositiva consentirebbero di responsabilizzare gli enti nella gestione dei comparti di loro competenza. L’anticipo dell’utilizzo dei parametri di virtuosità e il ripristino della possibilità di modificare le aliquote delle addizionali regionali e comunali, previsti dalla manovra, muovono in questa direzione.” (cfr. pag 12, grassetti nostri)

c) completare la riforma del sistema pensionistico:

“Negli scorsi anni la normativa previdenziale è stata oggetto di ripetuti interventi. Va tuttavia considerata la possibilità di completare il processo di riforma del sistema pensionistico, correggendo le disparità di trattamento ancora esistenti tra diverse categorie di lavoratori. Si potrebbe prevedere un ulteriore graduale aumento delle “quote” per l’accesso alla pensione di anzianità (date dalla somma degli anni di contribuzione e di età). Si potrebbe altresì anticipare l’incremento dell’età di pensionamento per vecchiaia delle lavoratrici del settore privato da 60 a 65 anni (l’avvio del processo potrebbe essere già a gennaio del 2012, quando alle lavoratrici del pubblico impiego si applicherà il requisito dei 65 anni); l’intervento assicurerebbe risparmi non trascurabili dal 2013 e crescenti negli anni successivi.” (cfr. pag. 11, grassetto nostro);

d) ridurre l’evasione fiscale e rimodulare la struttura dell’imposizione fiscale:

“L’evasione fiscale continua a essere un fenomeno rilevante: il valore aggiunto sommerso è quantificato nelle statistiche ufficiali in quasi un quinto del prodotto. Le misure incluse nel decreto di agosto sulla riduzione del limite per l’utilizzo del contante e, in misura contenuta, sull’attività di accertamento e su talune sanzioni, vanno nella giusta direzione. Interventi più incisivi consentirebbero di ridurre il peso dell’aggiustamento sui contribuenti che rispettano le norme. Nell’immediato, si potrebbe ulteriormente abbassare la soglia per l’uso del contante. Per il medio termine, vanno seguite le indicazioni contenute nel Rapporto finale del Gruppo di lavoro sull’“Economia non osservata e flussi finanziari”: favorire un maggior uso della moneta elettronica per le spese delle famiglie; accelerare la condivisione delle informazioni tra le diverse amministrazioni; potenziare gli attuali strumenti di misurazione induttiva del reddito (“redditometro” e “spesometro”) e gli studi di settore (prevedendo aggiornamenti annuali e sostituendo il riferimento ai ricavi o ai compensi con quello al valore aggiunto).” … 

“Anche in vista dell’entrata in vigore dell’imposta municipale che assorbirà l’attuale ICI e l’Irpef sui redditi fondiari da immobili non locati comprese le relative addizionali, va riesaminato il peso del prelievo sulla ricchezza immobiliare. Tra i principali paesi europei, l’Italia è caratterizzata da una imposizione sulla proprietà immobiliare relativamente bassa. Sulla base dei dati dell’OCSE, in Italia il prelievo è stato in media pari a circa l’1,5 per cento del PIL l’anno tra il 2000 e il 2008; in Francia gli incassi si sono attestati sul 2 per cento del PIL l’anno, mentre nel Regno Unito e in Spagna hanno rispettivamente superato e quasi raggiunto il 3 per cento del prodotto. L’Italia è l’unico paese ad aver abolito l’imposta sul possesso dell’abitazione principale.” (cfr. pag. 13)

“La composizione del prelievo fiscale può essere modificata in modo da renderla più favorevole alla crescita. Vi è spazio, ad esempio, per alleggerire il cuneo fiscale riducendo le aliquote contributive non pensionistiche. Attualmente la somma delle aliquote riferite alla Cassa Unica Assegni Familiari e all’indennità di maternità è pari a circa l’uno per cento, con introiti per il bilancio dello Stato dell’ordine di 7 miliardi. La fiscalizzazione di questi contributi per tutti i lavoratori potrebbe essere compensata da un aumento del prelievo sugli immobili oppure dell’IVA. Tale ricomposizione del bilancio pubblico determinerebbe un incremento del prodotto, nell’arco di un triennio, stimabile in 0,3-0,4 punti percentuali, principalmente grazie alla dinamica più sostenuta delle vendite all’estero indotta dal miglioramento della competitività del sistema produttivo.” (cfr. pag. 14)

e) disegnare politiche economiche che aiutino le imprese:

“Perché siano efficaci, occorre inserirle in un ambizioso disegno organico che miri a ridurre gli oneri amministrativi, migliorare l’efficacia della regolamentazione e stimolare la concorrenza; accrescere la qualità dei servizi pubblici e ottenere migliori condizioni per la realizzazione di infrastrutture; rimuovere gli ostacoli alla crescita delle dimensioni delle imprese, accrescere il capitale umano e agevolare l’innovazione; migliorare il funzionamento del mercato del lavoro. È importante, altresì, definire un quadro complessivo di obiettivi quantitativi e qualitativi e una valutazione dei tempi e delle modalità previsti per conseguirli, con la specificazione degli strumenti che si intenderebbe adottare. Si tratta di una sfida non ordinaria, inderogabile, di portata assai ampia: un innalzamento significativo del tasso di crescita della nostra economia è condizione essenziale non solo del riequilibrio finanziario, ma anche del progresso civile e sociale.” (cfr. pag. 14 e segg.).

La testimonianza del dott. Visco offre, su questo ultimo tema, quattro pagine dense di proposte utili per dare impulso alla crescita economica (cfr. pag. 15 e segg,). Tali proposte saranno oggetto del prossimo post, ma ne consigliamo da subito un’accurata lettura.


Aug 24 2011

Late Arrivers

Alberto Balestreri

“I believe in things that are developed through hard work.

I always like people who have developed long and hard, especially trough introspection and a lot of dedication. I think what they arrive at is usually a  much deeper and more beautiful thing than the person who seems to have that ability and fluidity from the beginning.

I say this because it’s a good message to give to young talents who feel as I used to. You hear musicians playing with great fluidity and complete conception early on, and you don’t have that ability. I didn’t. I had to know what I was doing. And yes, ultimately it turned out that these people weren’t able to carry their thing very far.

I found myself being more attracted to artist who have developed through the years and become better and deeper musicians.

Miles Davis is an example of somebody that I think was a late arriver, even though he was recorded when he first came on the scene. You can hear how consciously he was soloing and how his knowledge was a very aware thing. He just constantly kept working and contributing to his own craft of writing and playing.

And then at one point it all came together and he emerged with maturity, and he became a total artist and influence, making a kind of beauty that has never been heard before or since.”

I grassetti sono nostri, ma le parole sono di Bill Evans, il quale le rilasciò a Contemporary Keyboard esattamente trenta anni fa. Oltre a risultare probabilmente ancora più vere in tempi di New Normal, esse tentano di esprimere in sintesi il nucleo della leadership, indipendentemente dal settore nella quale essa emerge e si afferma.

 

 


Aug 8 2011

Leadership di vetro

Alberto Balestreri

“A questo punto erano le sette. Ancora una volta si chiese se doveva chiamare Virginia Stillman. Mentre rifletteva, si rese conto di non avere più opinioni. Vedeva le ragioni per fare la telefonata e nel contempo quelle per non farla. Alla fine fu l’etichetta a decidere. Non sarebbe stato educato sparire senza prima averglielo detto. Dopo, invece, sarebbe diventato pienamente accettabile. Finché spieghi alla gente quello che intendi fare, ragionò, va sempre bene. Poi sei libero di agire come vuoi”.

Leggendo il breve paper di Werner Erhard e Michael C. Jensen intitolato “The Three Foundations of A Great Life, Great Leadership and A Great Organization” ci è sembrato utile premettere la scelta compiuta da Daniel Quinn nel romanzo “Città di vetro” di Paul Aster, scelta che a noi è parsa pienamente autentica, fondata non su specifici valori o su una particolare morale o convenienza professionale ma, proprio per l’assenza di motivazioni specifiche, fondata su un’unica proposizione positiva, comportamentale. Nessun merito, ma anche nessun senso di colpa, nessun intralcio alla vita altrui.

Erhard e Jensen propongono tre “pilastri” per lo sviluppo della leadership e di organizzazioni di successo, tutti e tre “value free”, cioè non legati a specifici sistemi di valori o ad una particolare morale: un nuovo modello di integrità, l’adozione di comportamenti autentici e la dedizione ad uno scopo più ampio rispetto a quello richiesto dal proprio ego.

Consigliamo vivamente la lettura del paper, che potete scaricare cliccando qui, perché rappresenta un concreto strumento di autoanalisi per coloro che desiderano sviluppare la propria leadership (che, come sosteneva anche Richard Normann, “… nasce dalla sofferenza”), offrire grandi contributi professionali e partecipare alla costruzione di organizzazioni capaci di generare valore, qualunque sia la loro natura.

Probabilmente lo schema proposto da Erhard e Jensen consentirà, tra l’altro, di valutare meglio gli intangibles di cui un’organizzazione dispone e di disegnare in modo diverso il valore implicito di una prestazione professionale. In ogni esso rappresenta un’arma potente per sgonfiare i mille alibi che i politicanti adottano, in ogni organizzazione, per giustificare comportamenti che sono finalizzati solo a manipolare gli altri e – con la partecipazione passiva, inautentica o debole di questi ultimi – a distruggere il valore creato in e da quella organizzazione.


Jul 25 2011

Invisibile

Alberto Balestreri

“Ma negli avvenimenti reali le probabilità non contano, e l’improbabilità che una cosa succeda non vuol dire che non succederà”.

Una saggia visione degli eventi della vita, che la storia recente ci ha confermato. Parole di Bernanke? Trichet? Rogoff? Roubini? Stiglitz? Shiller? No, è solo Paul Aster, a pag. 12 di Invisibile.


Jul 23 2011

L’andamento delle banche italiane nel 2011

Alberto Balestreri

Molti amici e colleghi chiedono indicazioni circa l’andamento del nostro sistema bancario. Ci pare che una risposta seria debba fondarsi su dati e commenti accurati e, a tale proposito, rileviamo che l’ultimo numero del Bollettino Economico della Banca d’Italia riporta alcune buone notizie (strano?) sullo stato delle banche italiane (cfr. pag. 31 e segg.), fatto che alcuni investitori dovrebbero probabilmente considerare con maggiore accuratezza.

In sintesi, nel corso dei primi cinque mesi del 2011 lo sviluppo del credito bancario continua a crescere a ritmi sostenuti (+4,5%) – in particolare da parte delle banche di minori dimensioni ed a favore delle imprese a fronte della domanda per scorte e capitale circolante – con tassi di interesse in aumento di alcuni decimi di punto rispetto alla fine dello scorso esercizio.

La qualità del credito non risulta peggiorata. Al termine del primo trimestre viene registrata una riduzione dell’incidenza del flusso netto di sofferenze rettificate sul totale degli impieghi, e ad aprile, una riduzione dell’esposizione delle banche nei confronti dei debitori segnalati per la prima volta in sofferenza rispetto ad un anno prima.

La dinamica della raccolta è in significativa accelerazione (+ 1,8%), grazie ad obbligazioni (+4,6%) e depositi dei non residenti (+6,5%) e nonostante la forte contrazione dei conti correnti, con tassi di interesse aumentati di un solo decimo di punto.

La redditività dei primi 5 gruppi bancari è migliorata nel corso del primo trimestre per la riduzione degli accantonamenti e delle rettifiche di valore per il deterioramento della qualità del credito, la riduzione dei costi operativi e lo sviluppo dei ricavi da trading. Margine di interesse ancora in flessione (ma credito in aumento solo dell’ 1,4% e raccolta in flessione dello 0,7%).

Sempre con riferimento ai primi 5 gruppi, al termine del primo trimestre del 2011 si rilevano significativi rafforzamenti patrimoniali:

 

Marzo 2011

Dicembre 2010

Var. p.p.

Core Tier 1

7,8%

7,4%

+ 0,4

Tier 1

9,4%

9,0%

+ 0,4

Total Capital Ratio

12,9%

12,6%

+ 0,3

Potete scaricare l’ultimo numero del Bollettino direttamente dal sito della Banca d’Italia cliccando qui.

 


Jul 15 2011

Economie informative, Confidi e PMI

Alberto Balestreri

“Nell’arco di due anni, tra il dicembre del 2008 e lo stesso mese del 2010, il numero delle imprese censite dalla Centrale dei rischi garantite da un confidi è salito da circa 25.000 unità, a poco più di 165.000.”

Questo dato incontrovertibile – desunto dall’intervento tenuto lo scorso 12 luglio dal Dott. Giovanni Carosio, Vice Direttore della Banca d’Italia, in Federconfidi – testimonia la grande importanza assunta dai Confidi per le PMI italiane. La mediazione di un Confidi, infatti, migliora sia le condizioni di accesso al credito da parte delle PMI associate – e quindi minori tassi di interesse, migliore capacità di valutazione del merito di credito da parte delle banche, date le rilevanti economie informative di cui dispone il Confidi, il quale arriva anche a facilitare l’iter delle pratiche istruttorie e, quindi, a ridurre i tempi di concessione degli affidamenti – sia la qualità del credito bancario, che può beneficiare della minore rischiosità implicita degli impieghi concessi a PMI garantite da un Confidi.

La rilevante crescita registrata nel corso dell’ultimo biennio ha determinato impatti di rilievo sulle performance dei 742 Confidi esistenti in Italia, che debbono far fronte alle nuove esigenze di patrimonializzazione e organizzazione imposte dal mercato. I processi di concentrazione appaiono quindi necessari, anche alla luce del fatto che i Confidi, peculiarità prevalentemente italiana, hanno contribuito alla erogazione di volumi di prestiti garantiti che già superano i 20 miliardi di euro.

In tempi di crisi, l’intervento dei Confidi è stato determinante ai fini della concessione dei finanziamenti ed appare per ogni PMI una modalità vincente per rapportarsi al mondo bancario.

L’introduzione di Basilea III e la nuova disciplina dei Confidi introdotta dal d.lgs. 13 agosto 2010, n. 141, per la quale sono in via di emanazione i regolamenti attuativi, sono destinati a rafforzare ulteriormente il ruolo svolto dai Confidi nel sistema finanziario italiano.

Potete scaricare l’intervento del dott. Carosio direttamente dal sito della Banca d’Italia cliccando qui.


Jul 6 2011

Quale sistema finanziario per il 21° secolo?

Alberto Balestreri

La crisi finanziaria ha evidenziato in modo molto chiaro quali fossero i limiti impliciti nei sistemi finanziari, ma sinora sono stati rari i tentativi di esaminare, senza senso di urgenza e con una piena apertura verso il futuro, quali debbano essere gli obiettivi di base di sistemi finanziari efficienti.

Sir Andrew Duncan Crockett – che è stato direttore generale della Banca dei Regolamenti Internazionali ed è attualmente Special Advisor del Presidente di JP Morgan Chase – ha tenuto quest’anno la Per Jacobsson Lecture di Basilea intitolandola “What financial system for the 21st century?” nel corso della quale ha esaminato, secondo noi con grande efficacia e semplicità, quali sono i principali obiettivi che dovrebbero perseguire sistemi finanziari efficienti. Il passaggio di prospettiva che Sir Crockett propone è molto forte: dalla critica di ciò che non ha funzionato sinora alla definizione di ciò che un sistema finanziario dovrebbe saper far bene per poter concretamente aggiungere valore all’economia reale.

Potete scaricare la Lecture di Sir Crockett direttamente dal sito della BRI cliccando qui, ma in estrema sintesi, un intermediario finanziario, che rappresenta un componente del sistema nervoso centrale di una economia di mercato, dovrebbe essere gestito, in modo molto semplice, per conseguire i seguenti obiettivi:

-          proteggere e aumentare incessantemente la capacità di produrre dati ed informazioni di elevata qualità, fondamentali sia per il miglior funzionamento dei mercati che per assicurare, in generale, la migliore allocazione delle risorse disponibili;

-          tradurre la produzione di flussi addizionali di informazioni di elevata qualità in ricavi che eccedano i costi necessari per produrle, assicurando il mantenimento dell’equilibrio economico ed aumentando la propria reputazione sul mercato;

-          aumentare gli incentivi interni posti a difesa del proprio franchise value (brand) tramite un’eccellente gestione del processo di allocazione del credito, un intelligente utilizzo degli strumenti di mitigazione e riduzione dei rischi finanziari, il possesso di adeguati processi di risk management e di controllo interno ed una cospicua dotazione di capitale.

Tutto qui.

Per quanto concerne le riforme in atto, se si desidera che esse siano robuste è necessario che esse risolvano alla base i fallimenti di mercato ai quali abbiamo assistito, risolvendo i problemi connessi a incentivi perversi, asimmetrie informative e conflitti di interessi, i quali hanno di fatto distrutto intermediari e sistemi finanziari. Per conseguire tutto ciò è del tutto irrealistico immaginare che possano bastare il solo rafforzamento patrimoniale e una stretta vigilanza delle entità che costituiscono lo shadow banking.


Jun 28 2011

Come riuscire a far sfuggire una PMI alle restrizioni del credito bancario.

Alberto Balestreri

L’accesso al credito bancario da parte delle PMI è un tema importante per l’Europa dato che in essa il 60% del valore aggiunto creato ed il 70% dell’occupazione di manodopera sono attribuibili alle PMI. La Banca Centrale Europea ha pubblicato, nell’ultimo numero della Financial Stability Review, un’interessante analisi dedicata all’esame di quali siano stati i maggiori ostacoli all’accesso alla finanza incontrati dalle PMI. Le principali osservazioni che emergono possono essere così sintetizzate:

-          dal punto di vista degli investitori la dimensione aziendale rappresenta un fattore importante perché essa influenza la qualità e la quantità di informazioni disponibili sull’impresa, sui suoi progetti di investimento e sulla qualità dei collaterali che essa può offrire;

-          le imprese di più contenute dimensioni sono, in genere, anche quelle più giovani, che non hanno ancora avuto il tempo di formarsi un esteso track-record ed una solida reputazione;

-          la non ammissione a quotazione dei titoli di una PMI su un mercato finanziario (quale, ad esempio, l’AIM) rappresenta un fattore di rischio in più per il sistema bancario, dato che non vengono sviluppati nuovi flussi informativi sull’impresa;

-          oltre al premio per il rischio, si deve tenere presente che le banche sostengono costi significativi per la selezione ed il monitoraggio delle posizioni affidate tanto più elevati quanto minore è la dimensione media della propria clientela e più giovane la sua età.

In termini molto concreti, quali sono le indicazioni che emergono e che possono risultare utili per le PMI italiane? In buona sintesi:

-          avviare progetti di impresa che siano fondati su una credibile pianificazione economico-finanziaria relativa al primo quinquennio di vita, il più rischioso sotto il profilo bancario;

-          indipendentemente dalla dimensione e dalla età dell’impresa, disporre delle competenze e della capacità di produrre dati e informazioni di qualità circa il proprio business che siano utili agli investitori, al fine di ridurre i loro tempi (e costi) di analisi e di valutazione del business della PMI;

-          valutare quanto prima la possibilità di una quotazione e questo non per sfuggire ai vincoli imposti dal sistema bancario ma, al contrario, per poter meglio dialogare meglio con esso;

-          cercare di crescere dimensionalmente il prima possibile, anche mediante fusioni ed acquisizioni (meglio tramite un reverse merge con un’impresa che vanta una lunga storia alle spalle).

Potete scaricare l’articolo “Financing obstacles faced by Euro Area Small and Medium-Sized enterprises during the financial crisis” direttamente dalla pagina riservata alla Financial Stability Review della BCE cliccando qui.

 


Jun 25 2011

Popolari Green

Alberto Balestreri

Come dovranno essere gestite le banche popolari nel prossimo decennio? L’audizione della dott.ssa Anna Maria Tarantola, Vice Direttore Generale della Banca d’Italia, tenutasi recentemente presso la Commissione Finanze e Tesoro del Senato, contiene alcune riflessioni utili per iniziare a sviluppare questo tema.

In termini strettamente gestionali ci si attende che le banche popolari prestino molta attenzione al recupero di efficienza ed alla riduzione dei costi operativi, alla difesa del buon posizionamento che esse già possiedono in termini di rischio di credito e allo sviluppo di maggiori livelli di patrimonializzazione, dato l’imminente avvio di Basilea III.

L’audizione contiene numerosi apprezzamenti all’opera di supporto all’economia svolta dalle banche popolari nel corso della grande crisi finanziaria. Cionondimeno rimangono sostanzialmente irrisolti alcuni temi importanti sui quali, presumibilmente presto, si esprimerà anche il legislatore. In termini generali essi possono essere così sintetizzati:

a) le banche popolari, come tutte le banche, dovranno adeguarsi al nuovo contesto venutosi a creare dopo la crisi finanziaria del 2008, con tutto ciò che ciò comporta dal punto di vista della vigilanza;

b) le banche popolari quotate dovranno riuscire a tradurre la forma cooperativa in un vantaggio competitivo nel rapporto con i soci e con i mercati, anch’essi interessati da profonde modifiche comportamentali e normative.

Non entriamo nel merito delle proposte che la Banca d’Italia ha accuratamente proposto al Senato – e che potete valutare scaricando il testo dell’audizione della dott.ssa Tarantola direttamente dal sito della Banca d’Italia cliccando qui – ma proviamo a svolgere un primo elementare esercizio che simuli quali comportamenti dovrebbero assumere le banche popolari quotate se tali proposte venissero integralmente adottate nel nostro ordinamento:

1. incentivare con ogni mezzo la partecipazione dei soci alla vita della banca al fine di acquisire costante supporto all’azione della banca (finanziario e non) e di condividere la valutazione dell’operato del management. Come rilevato nel corso dell’audizione, uno dei vantaggi competitivi delle banche popolari non quotate e/o di contenute dimensioni risiede proprio nel fatto che le attività svolta sono “… prevalenti verso i soci-clienti, fortemente radicate sul territorio, per le quali è significativo il controllo svolto dalla collettività”;

2. assicurare e gestire il ruolo degli investitori istituzionali in una ottica di medio-lungo periodo, e ciò al fine di assicurare una progressiva crescita delle quotazioni del titolo ed una costante attenzione alla remunerazione del capitale, sfuggendo a quelle logiche di gestione troppo famigliari che, anche ove condotte con onestà e trasparenza, tendono comunque a ridurre la pressione sulla correttezza dei comportamenti;

3. dimostrare al mercato livelli di accountability e trasparenza (nel senso introdotto da Basilea 2) più elevati rispetto a quelli delle altre categorie di banche, e ciò al fine di conseguire livelli di responsabilità del management più elevati data la mutualità (non prevalente) implicita nella forma sociale. In buona sintesi, le banche popolari dovrebbero poter dimostrare di avere un management più etico rispetto a quello di altre classi di intermediari finanziari.

L’impegno richiesto agli organi sociali ed i rischi impliciti in questa visione del futuro delle banche popolari sono certamente elevati, ma quale futuro alternativo possiamo immaginare per una popolare se non una noiosa trasformazione in una conservativa S.p.A.? In un mondo che sarà sempre più green possibile dover ancora ricorrere a tipici veicoli industriali quali sono le S.p.A.?